Sant’Ignazio di Loyola: il santo che insegnò a discernere la voce di Dio

Il 31 luglio la Chiesa celebra san Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù e uno dei grandi maestri della vita spirituale. La sua eredità va ben oltre la fondazione di un ordine religioso: ha lasciato alla Chiesa una pedagogia che insegna a scoprire la volontà di Dio nel contesto della vita quotidiana.

In un mondo pieno di rumore, decisioni difficili e incertezze, il discernimento ignaziano continua a rappresentare una scuola di libertà interiore. Non è un metodo per indovinare il futuro né una tecnica per risolvere i problemi, bensì un percorso di preghiera che aiuta a riconoscere come Dio agisce nel cuore di ogni persona.

Chi era Sant'Ignazio di Loyola?

Sant'Ignazio di Loyola nacque nel 1491 a Loyola. Durante la sua giovinezza sognava la gloria militare e la vita di corte. Tutto cambiò nel 1521, quando una palla di cannone lo ferì gravemente durante la difesa di Pamplona.

La lunga convalescenza segnò un prima e un dopo nella sua vita. Non avendo romanzi cavallereschi con cui intrattenersi, iniziò a leggere la vita di Cristo e alcune biografie dei santi che gli capitavano tra le mani. Quelle letture suscitarono in lui una domanda fondamentale: perché alcuni pensieri gli procuravano una gioia profonda e altri solo una soddisfazione passeggera?

Senza rendermene conto, stavo intraprendendo il percorso che avrebbe dato origine al discernimento spirituale che in seguito avrei concretizzato nei Esercizi spirituali.

Che cos’è il discernimento secondo sant’Ignazio?

Il termine «discernimento» può sembrare complesso, ma sant’Ignazio lo intendeva in modo molto concreto: imparare a distinguere i moti interiori che avvicinano a Dio da quelli che allontanano da Lui.

Durante il suo periodo di convalescenza scoprì che immaginare imprese militari gli procurava una soddisfazione passeggera, mentre contemplare la vita di Cristo o l’esempio dei santi gli infondeva una pace duratura. Tale esperienza divenne il punto di partenza di tutto il suo insegnamento spirituale.

Anni dopo, Papa Francesco ha illustrato proprio questo episodio per mostrare come Ignazio abbia imparato a riconoscere la differenza tra la gioia passeggera e la consolazione autentica, che permane e orienta l’intera vita verso Dio.

Audiencia general del papa Francisco en la Plaza de San Pedrod
Udienza generale di Papa Francesco in Piazza San Pietro.

La consolazione e la desolazione: due elementi fondamentali della spiritualità ignaziana

Uno dei contributi più noti di sant’Ignazio è la distinzione tra consolazione e desolazione spirituale. La consolazione non consiste semplicemente nel sentirsi bene. È un’esperienza interiore che rafforza la fede, accresce la speranza, spinge ad amare di più e avvicina a Dio anche in mezzo alle difficoltà.

La desolazione, al contrario, si manifesta come oscurità interiore, scoraggiamento, perdita di speranza o allontanamento dalla preghiera. Sant’Ignazio osservò che entrambi questi stati fanno parte del cammino spirituale. L’importante non è evitarli, ma imparare a riconoscerli per poter prendere decisioni libere e orientate verso il bene.

Esercizi spirituali: una scuola per scoprire la volontà di Dio

Il risultato più noto dell’esperienza di sant’Ignazio sono i Esercizi spirituali, un’opera che da quasi cinque secoli aiuta milioni di persone ad approfondire il proprio rapporto con Cristo. Non si tratta semplicemente di un libro da leggere. Si tratta di un itinerario di preghiera, silenzio, esame di coscienza e contemplazione del Vangelo, volto a orientare la propria vita secondo la volontà di Dio.

L'obiettivo finale è imparare a rispondere con libertà alla domanda che ogni cristiano si pone prima o poi: «Signore, cosa vuoi da me?».

Il discernimento e la vocazione

Ogni vocazione nasce da una chiamata di Dio, ma richiede anche un cuore disposto ad ascoltare. Per questo motivo il discernimento riveste un ruolo essenziale nella formazione di coloro che sentono la chiamata al sacerdozio, alla vita consacrata, al matrimonio o a qualsiasi forma di dedizione cristiana.

Per ascoltare la voce di Dio sono necessari il silenzio, la preghiera, l’accompagnamento spirituale e una solida formazione che consenta di distinguere tra i propri desideri, le pressioni esterne e l’azione dello Spirito Santo.

Sant’Ignazio comprese che le decisioni importanti non possono essere prese solo sulla base dell’emozione del momento. Esse richiedono una libertà interiore che solo Dio può concedere.

Un insegnamento di grande attualità per la formazione sacerdotale

La spiritualità ignaziana continua a rivestire un valore particolare per la formazione dei sacerdoti e dei seminaristi. Un buon pastore non deve limitarsi a conoscere la dottrina della Chiesa. Deve anche imparare ad ascoltare, ad accompagnare e ad aiutare gli altri a scoprire la volontà di Dio nelle loro vite.

Proprio per questo la formazione umana, spirituale, intellettuale e pastorale riveste un’importanza così grande. La Chiesa ha bisogno di sacerdoti capaci di discernere e di insegnare a discernere.

Questo è anche uno degli scopi fondamentali della Fondazione CARF: contribuire affinché i seminaristi, i sacerdoti diocesani e i religiosi di tutto il mondo ricevano una formazione integrale che consenta loro di servire al meglio la Chiesa e le persone che Dio pone sul loro cammino.

Trovare Dio in ogni cosa

Forse la frase che meglio riassume la spiritualità di sant’Ignazio è una delle più note della tradizione ignaziana: trovare Dio in tutte le cose. Ciò non significa che tutto sia uguale o che qualsiasi decisione conduca automaticamente a Dio. Significa imparare a scoprire la Sua presenza nel lavoro, nella famiglia, nello studio, nel servizio agli altri e anche nelle difficoltà.

Questo sguardo trasforma la vita quotidiana in un luogo di incontro con Cristo e rende ogni giornata una nuova opportunità per rispondere alla Sua chiamata.

Iglesia de San Ignacio de Loyola
Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola a Roma.

Sant’Ignazio continua a insegnarci ad ascoltare Dio

A più di cinque secoli dalla sua conversione, sant’Ignazio di Loyola continua ad aiutare milioni di cristiani a prendere decisioni con libertà, serenità e fiducia. La sua eredità ci ricorda che Dio continua a parlare al cuore dell’uomo. Ma per ascoltare la Sua voce occorrono silenzio, preghiera, formazione e il sincero desiderio di cercare la verità.

In una società piena di stimoli e di frenesia, il discernimento ignaziano continua a rappresentare un invito a fermarsi, a guardarsi dentro e a chiedersi con umiltà: «Signore, cosa vuoi da me?». È una domanda che può cambiare una vita. Come ha cambiato per sempre quella di quel soldato ferito che finì per diventare uno dei grandi santi della Chiesa.

Che cos’è il discernimento? Le parole di Papa Francesco sul discernimento.

Cari fratelli e sorelle:

Oggi iniziamo un nuovo ciclo di catechesi: abbiamo concluso la catechesi sulla terza età, ora diamo il via a un nuovo ciclo dedicato al tema del discernimento.

Il discernimento è un atto importante che riguarda tutti, poiché le scelte costituiscono una parte essenziale della vita. Discernere le decisioni. Si sceglie il cibo, l’abbigliamento, un percorso di studi, un lavoro, una relazione. In tutte queste scelte si realizza un progetto di vita e si concretizza anche il nostro rapporto con Dio.

Nel Vangelo, Gesù parla del discernimento ricorrendo a immagini tratte dalla vita quotidiana; ad esempio, descrive il pescatore che seleziona i pesci buoni e scarta quelli cattivi; oppure il mercante che sa individuare, tra tante perle, quella di maggior valore. O ancora colui che, arando un campo, trova qualcosa che si rivela essere un tesoro (cfr. Mt 13,44-48).

Alla luce di questi esempi, il discernimento si presenta come un esercizio di intelligenzae anche di abilità e anche di volontà, per cogliere l'attimo propizio: queste sono le condizioni per compiere una buona scelta. Per compiere una buona scelta occorrono intelligenza, abilità e anche volontà. 

E vi è anche un costo necessario affinché il discernimento sia operativo. Per svolgere il proprio mestiere nel miglior modo possibile, il pescatore tiene conto della fatica, delle lunghe notti in mare e dello scarto di una parte delle catture, accettando una perdita di guadagno per il bene dei destinatari. Il commerciante di perle non esita a spendere tutto per acquistare quella perla; e lo stesso fa l’uomo che si è imbattuto in un tesoro. Situazioni inaspettate e impreviste in cui è indispensabile riconoscere l’importanza e l’urgenza di una decisione che occorre prendere. 

Ognuno deve prendere le proprie decisioni; non c’è nessuno che le prenda al posto nostro. In un determinato momento gli adulti, in piena libertà, possono chiedere consiglio, riflettere, ma la decisione spetta a loro; non si può dire: «Ho perso questa opportunità perché l’ha deciso mio marito, mia moglie, mio fratello»: no! Deve decidere lei, ognuno deve decidere, ed è per questo che è importante sapere discernere: per prendere le decisioni giuste, occorre saper discernere.

Il Vangelo suggerisce un altro aspetto importante del discernimento: coinvolge i sentimenti. Chi ha trovato il tesoro non ha alcuna difficoltà a vendere tutto, tanta è la sua gioia (cfr. Mt 13,44). 

Il termine utilizzato dall'evangelista Matteo indica una gioia davvero speciale, che nessuna realtà umana è in grado di donare; e, di fatto, ricompare solo in pochissimi altri passaggi del Vangelo, tutti riferiti all’incontro con Dio. 

È la gioia dei Magi quando, dopo un lungo e faticoso viaggio, rivedono la stella (cfr. Mt 2,10); è la gioia delle donne che tornano dal sepolcro vuoto dopo aver ascoltato l’annuncio della risurrezione da parte dell’angelo (cfr. Mt 28,8). È la gioia di coloro che hanno incontrato il Signore. Prendere una bella decisione, una decisione giusta, vi conduce sempre a quella gioia finale; forse lungo il cammino dovrete affrontare un po’ di incertezza, riflettere, cercare, ma alla fine la decisione giusta vi regalerà la gioia.

Nel Giudizio finale, Dio opererà il discernimento – il grande discernimento – nei nostri confronti. Le immagini del contadino, del pescatore e del mercante sono esempi di ciò che accade nel Regno dei Cieli, un Regno che si manifesta nelle azioni quotidiane della vita, le quali ci impongono di prendere posizione. 

Ecco perché è così importante saper discernere: le grandi scelte possono scaturire da circostanze che a prima vista sembrano secondarie, ma che si rivelano decisive. Pensiamo, ad esempio, al primo incontro di Andrea e Giovanni con Gesù, un incontro che nasce da una semplice domanda: «Rabbi, dove abiti?» — «Venite e vedrete» (cfr. Jn 1,38-39), dice Gesù. Uno scambio molto breve, ma è l’inizio di un cambiamento che, passo dopo passo, segnerà un’intera vita. Anni dopo, l’evangelista continuerà a ricordare quell’incontro che lo ha cambiato per sempre, ricordando anche l’ora: «Erano circa le quattro del pomeriggio» (v. 39). È l’ora in cui il tempo e l’eterno si sono incontrati nella sua vita. 

E in una decisione buona e giusta si incontrano la volontà di Dio e la nostra volontà; si incontrano il cammino presente e quello eterno. Prendere una decisione giusta, al termine di un percorso di discernimento, significa realizzare questo incontro: il tempo con l’eterno.

Pertanto: la conoscenza, l’esperienza, l’affetto, la volontà: sono alcuni elementi indispensabili del discernimento. Nel corso di queste catechesi ne vedremo altri, altrettanto importanti.

Il discernimento – come ho detto – implica un sforzo. Secondo la Bibbia, non ci troviamo di fronte, già pronta, alla vita che dobbiamo vivere: no! Dobbiamo decidere in ogni momento, in base alle realtà che si presentano. Dio ci invita a valutare e a scegliere: ci ha creati liberi e vuole che esercitiamo la nostra libertà. Pertanto, discernere significa arduo.

Ci è capitato spesso di vivere questa esperienza: scegliere qualcosa che ci sembrava positivo e che invece non lo era. Oppure sapere qual era il nostro vero bene e non sceglierlo. 

L’uomo, a differenza degli animali, può sbagliare, può non voler scegliere correttamente. La Bibbia lo dimostra fin dalle sue prime pagine. Dio impartisce all’uomo un’istruzione precisa: se volete vivere, se volete godervi la vita, ricordate che siete creature, che non siete voi il criterio del bene e del male, e che le scelte che farete avranno delle conseguenze, per voi, per gli altri e per il mondo (cfr. Gn 2,16-17); potete trasformare la terra in un magnifico giardino oppure in un deserto di morte. 

Un insegnamento fondamentale: non è un caso che si tratti del primo dialogo tra Dio e l’uomo. Il dialogo è il seguente: il Signore affida la missione, «tu devi fare questo e quello»; e l’uomo, ad ogni passo che compie, deve discernere quale decisione prendere. Il discernimento è quella riflessione della mente e del cuore che dobbiamo compiere prima di prendere una decisione.

Il discernimento è faticoso ma indispensabile per vivere. Richiede che io conosca me stesso, che sappia cosa è bene per me qui e ora. Soprattutto, richiede una rapporto filiale con Dio. Dio è Padre e non ci lascia soli; è sempre pronto a darci consigli, a incoraggiarci, ad accoglierci. 

Ma non impone mai la propria volontà. Perché? Perché vuole essere amato e non temuto. E anche Dio vuole che siamo figli e non schiavi: figli liberi. E l’amore può essere vissuto solo nella libertà. 

Per imparare a vivere bisogna imparare ad amare, e per farlo è necessario discernere: cosa posso fare ora, di fronte a questa scelta? Che ciò sia un segno di maggiore amore, di maggiore maturità nell’amore. 

Chiediamo che lo Spirito Santo ci guidi! Invociamolo ogni giorno, specialmente quando dobbiamo prendere delle decisioni. Grazie.

Perché il discernimento è fondamentale nella formazione di un sacerdote

Papa Francesco definiva il discernimento come un atto che riguarda ogni persona, poiché ogni vita è segnata da decisioni che ne plasmano il percorso. Non si tratta solo di scegliere tra il bene e il male, ma di riconoscere, con l’aiuto di Dio, quale sia la risposta più fedele alla chiamata che Egli rivolge a ciascuno. Discernere significa, in definitiva, imparare a leggere la propria vita alla luce dello Spirito Santo.

Questa capacità riveste particolare importanza nella formazione di un sacerdote. Prima di accompagnare gli altri nel loro cammino di fede, il seminarista deve imparare ad ascoltare la voce di Dio nella propria vita. La vocazione sacerdotale non nasce da un impulso passeggero né da un progetto personale, ma dall’incontro tra la libertà umana e l’iniziativa d’amore di Dio. Per questo richiede tempo, preghiera, silenzio e un accompagnamento spirituale che aiuti a interpretare ciò che accade nel cuore.

Il discernimento, spiega Papa Francesco, coinvolge l’intera persona: la memoria, l’intelligenza, la volontà e gli affetti. Conoscere se stessi è una condizione indispensabile per riconoscere come agisce il Signore ed evitare che il rumore, la fretta o i propri interessi ne occultino la voce.

In questo percorso, la preghiera occupa un posto insostituibile. Non è solo un momento di riflessione personale, ma lo spazio in cui il futuro sacerdote coltiva un rapporto di amicizia con Cristo. Quanto più profonda è tale amicizia, tanto più facile risulta riconoscere ciò che conduce al Vangelo e distinguerlo da ciò che ne allontana. Il discernimento non cerca risposte automatiche, ma uno sguardo interiore capace di scoprire la presenza di Dio anche nelle circostanze più ordinarie.

Sant’Ignazio di Loyola comprese questa verità sulla base della propria esperienza. Scoprì che non tutti i pensieri lasciano la stessa impronta nel cuore: alcuni producono una soddisfazione immediata che svanisce presto, mentre altri generano una pace profonda, una gioia duratura e un desiderio più intenso di amare e servire. Imparare a riconoscere tali movimenti interiori rimane uno degli insegnamenti più preziosi della spiritualità ignaziana e uno strumento fondamentale per la formazione di coloro che saranno pastori della Chiesa.

Ecco perché la Chiesa attribuisce tanta importanza alla formazione integrale dei seminaristi. Non basta un’eccellente preparazione accademica; è necessario anche educare il cuore affinché il sacerdote possa ascoltare in libertà la volontà di Dio e, in seguito, aiutare gli altri a scoprirla. Un pastore che ha imparato a discernere sarà in grado di accompagnare un giovane alla ricerca della propria vocazione, una coppia in difficoltà o una persona che desidera ritrovare la fede.

La missione della Fondazione CARF si inserisce proprio in questo contesto. Sostenendo la formazione umana, spirituale, intellettuale e pastorale di seminaristi, sacerdoti diocesani e religiosi di tutto il mondo, essa contribuisce a garantire che la Chiesa disponga di pastori ben preparati, capaci di annunciare il Vangelo con fedeltà e di accompagnare ogni persona nel discernimento della chiamata che Dio le rivolge.



29 luglio: i santi Marta, Maria e Lazzaro. Chi erano e cosa insegnano a noi cristiani

Ogni 29 luglio la Chiesa celebra la memoria dei santi Marta, Maria e Lazzaro, tre fratelli di Betania che occuparono un posto molto speciale nella vita di Gesù. I Vangeli ci mostrano che il Signore non solo si recò a casa loro in qualche occasione, ma vi tornò più e più volte. Lì trovava riposo, amicizia, conversazione e un’atmosfera familiare in cui veniva accolto con affetto.

Non è un caso che il Papa Francesco ha deciso nel 2021 di estendere questa celebrazione liturgica ai tre fratelli. La casa di Betania rappresenta uno dei volti più belli del Vangelo: quello di una famiglia che fa spazio a Cristo nella propria vita quotidiana.

Per la Fondazione CARF, riflettere su Marta, Maria e Lazzaro significa guardare alle origini di molte vocazioni. Laddove Cristo trova una casa accogliente, fioriscono anche la fede, il desiderio di servire e la disponibilità a seguire la chiamata di Dio.

El papa Francisco se dirige a la Plenaria de la Congregación para el Culto

Chi erano Marta, Maria e Lazzaro?

I tre fratelli vivevano a Betania, una piccola località situata sul versante orientale del Monte degli Ulivi, nelle immediate vicinanze di Gerusalemme. La loro casa compare più volte nei Vangeli come uno dei luoghi in cui Gesù veniva accolto con fiducia.

L'evangelista San Juan riassume questo rapporto con una frase straordinaria:

«Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro» (Gv 11, 5).

Poche persone ricevono un’affermazione così esplicita nel Vangelo. Non erano semplicemente discepoli tra tanti altri. Erano amici del Signore.

Ciascuno di loro possiede una personalità distinta: Marta si presenta come una donna attiva, generosa e disponibile. Maria si distingue per la sua capacità di ascoltare Gesù e di rimanere ai suoi piedi. Lazzaro, dal canto suo, occupa un posto centrale in uno dei miracoli più impressionanti narrati nel Vangelo: la sua resurrezione.

Insieme offrono un quadro molto completo della vita cristiana: il servizio, la preghiera e la fiducia assoluta in Dio.

Santa Marta, María y Lázaro

Perché la Chiesa celebra insieme i tre fratelli?

Per secoli, il Calendario Generale Romano celebrava esclusivamente Santa Marta il 29 luglio.

Tuttavia, il 26 gennaio 2021 la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, su richiesta di Papa Francesco, ha decretato che la memoria liturgica includesse anche Maria e Lazzaro.

Il decreto spiega che i tre fratelli offrono una testimonianza unica di amicizia con Cristo e ricorda che: "Nella casa di Betania il Signore Gesù ha potuto sperimentare l'atmosfera familiare e l'amicizia."

La decisione evidenzia che la santità Non sempre si vive in modo individuale. Molte volte essa fiorisce all’interno di una famiglia in cui ogni membro risponde a Dio secondo la propria vocazione.

Questo messaggio risulta particolarmente attuale. In una società caratterizzata dall’individualismo, Betania ci ricorda che la fede cresce anche nella comunità, nella famiglia e nei piccoli gesti quotidiani.

La fede significa aprire le porte a Cristo, accoglierlo nella propria casa, condividere la tavola con lui, lasciarlo entrare nel profondo della propria anima. Così fece la famiglia di Betania, composta da Marta, Maria e Lazzaro

Marta: servire con gioia e serenità

Uno dei brani più noti si trova nel Vangelo secondo San Luca.

Mentre Maria rimane seduta ad ascoltare Gesù, Marta si affaccenda a preparare tutto il necessario per accogliere il Maestro.

A un certo punto esprime la propria stanchezza: «Signore, non le importa che mia sorella mi lasci sola a fare tutto il lavoro?»

La risposta di Gesù è stata spesso interpretata come un’opposizione tra azione e contemplazione. Tuttavia, la tradizione della Chiesa e le meditazioni pubblicate dall’Opus Dei ricordano che Cristo non critica il lavoro di Marta.

Ciò che la calma è proprio quell’inquietudine che le fa perdere la serenità.

Marta ama profondamente il Signore e desidera offrirgli il meglio. Il suo servizio nasce dall’affetto, ma deve imparare che l’azione trova il suo pieno significato solo quando scaturisce dall’incontro con Dio.

Questo insegnamento è ancora di grande attualità.

Molti cristiani vivono assorbiti dal lavoro, dalle responsabilità familiari o dalle preoccupazioni quotidiane. Marta ci ricorda che ogni attività può trasformarsi in preghiera quando viene svolta con amore e con serenità interiore.

La santità non consiste nel compiere azioni straordinarie, bensì nel svolgere con amore i compiti quotidiani.

Maria: imparare ad ascoltare prima di agire

Se Marta rappresenta il servizio, Maria simboleggia l’ascolto.

Il Vangelo la descrive seduta ai piedi di Gesù, in un atteggiamento proprio del discepolo che desidera imparare dal proprio Maestro. Cristo afferma quindi che Maria ha scelto «la parte migliore».

Non perché il lavoro sia privo di importanza, ma perché ogni missione cristiana nasce innanzitutto dall’ascolto. Prima di annunciare il Vangelo, è necessario lasciare che il Vangelo trasformi il cuore. Prima di insegnare, bisogna imparare.

Questo insegnamento riveste un’importanza particolare per coloro che sentono la vocazione a servire la Chiesa.

Alla Fondazione CARF conosciamo bene questa realtà. La formazione spirituale, umana, intellettuale e pastorale dei futuri sacerdoti Inizia proprio dal coltivare un rapporto profondo con Gesù Cristo.

Lazzaro: avere fiducia anche quando sembra ormai troppo tardi

Il decorso della malattia e resurrezione La storia di Lazzaro rappresenta uno dei momenti culminanti del Vangelo di San Giovanni.

Quando Gesù viene a sapere che il suo amico è gravemente malato, non parte immediatamente per Betania.

Dal punto di vista umano sembra arrivare in ritardo e Lazzaro è già morto. Marta esce ad accoglierlo con parole piene al tempo stesso di fede e di dolore: «Signore, se fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». Nonostante la sua sofferenza, Marta continua a riporre fiducia in Lui. Allora Gesù pronuncia una delle grandi affermazioni del Vangelo: «Io sono la risurrezione e la vita».»

La successiva resurrezione di Lazzaro anticipa la vittoria definitiva di Cristo sulla morte. Ma ci insegna anche un’altra lezione: Dio non smette mai di agire, anche quando pensiamo che tutto sia perduto. Quante volte ci capita di vivere situazioni simili?

Problemi familiari, crisi personali, malattie, mancanza di speranza... Lazzaro ci ricorda che l’ultima parola non spetta mai alla disperazione. Appartiene sempre a Dio.

Resurrección de Lázaro, José de Ribera
La resurrezione di Lazzaro, José de Ribera

Betania: una casa aperta al Signore

Piuttosto che soffermarci su ciascuno dei tre fratelli separatamente, è opportuno considerare l’insieme che formano come famiglia. Ciò che è veramente straordinario di Betania non è solo la generosità di Marta, Maria o Lazzaro dopo la sua risurrezione. Ciò che rende speciale questa casa è il fatto che Gesù vi trova sempre le porte aperte.

I Vangeli descrivono Betania come una casa in cui Cristo viene accolto con semplicità e cordialità. I suoi abitanti non si distinguono per aver compiuto grandi imprese né per aver pronunciato discorsi memorabili; si limitano semplicemente a lasciare che il Signore faccia parte della loro vita quotidiana. Proprio per questo motivo, questa struttura continua a rappresentare un modello per tutte le famiglie cristiane.

Ciò che viene insegnato oggi alle famiglie

La memoria liturgica dei santi Marta, Maria e Lazzaro non appartiene solo al passato. Il loro esempio continua a offrire risposte molto concrete alle sfide del nostro tempo. Essi ci ricordano che il servizio non è mai tempo sprecato quando nasce dall’amore, che la preghiera non è un privilegio riservato a pochi, ma la fonte di ogni vita cristiana, e che la fiducia in Dio può rimanere salda anche in mezzo alla sofferenza.

La sua storia dimostra inoltre che l’amicizia con Gesù è in grado di trasformare una casa comune in un luogo sacro. In quell’ambiente di fede vissuto con semplicità, la famiglia continua a essere il primo luogo in cui si trasmette il Vangelo e in cui le nuove generazioni imparano a scoprire la presenza di Dio nella vita quotidiana.

Per questo motivo, nel contemplare la testimonianza dei santi Marta, Maria e Lazzaro, è motivo di gratitudine anche pensare alle tante famiglie anonime che, con il loro esempio quotidiano, continuano a rendere possibile che il Vangelo giunga alle nuove generazioni e che la Chiesa continui a ricevere nuove vocazioni al servizio di Dio e del prossimo.

Aprire ogni giorno la porta della nostra casa e del nostro cuore a Cristo trasforma la vita familiare dall’interno. Laddove Egli viene accolto con gioia, la fede si rafforza, nascono vocazioni generose e la Chiesa trova il sostegno necessario per continuare ad annunciare il Vangelo al mondo.

Leer el evangelio


Costruire partendo dall’anima delle città. Le proposte di Leone XIV in Spagna

Il viaggio apostolico di Leone XIV in Spagna nel giugno del 2026 non è stato solo un evento diplomatico o liturgico, bensì una proposta di profondo rinnovamento per la Chiesa e la società civile. 

All’insegna dello slogan «Alzate lo sguardo!», ha esortato gli educatori a diventare «nuovi fili per tessere nuove reti» nell’arte del dialogo sociale, che implica incontro e ascolto, dialogo e rispetto. Con le parole di Benedetto XVI, ha sottolineato che «la fede è amore e per questo genera poesia e musica. La fede è gioia e per questo genera bellezza» (Catechesi 21 maggio 2008). E Leone XIV si è chiesto se l’Europa potesse essere se stessa senza l’impronta della fede. 

Proprio nel suo discorso di saluto alle autorità, Leone XIV rivela all’Europa, grazie alla sua grande storia di mediazione tra lingue, religioni e saperi, di unione tra l’azione storica e la lucidità della ragione morale, la vocazione ad «apprezzare la complessità e studiarla» con uno sguardo rivolto al futuro. Un compito che comporta il superamento delle polarizzazioni attraverso il discernimento, «imparare ad avanzare insieme all’altro, a crescere insieme», respingere i fantasmi, i nemici e i pregiudizi, gli entusiasmi ingenui e le paure sterili, e favorire il pensiero critico e la ricerca del bene comune.

Il contributo della Spagna si articola facendo riferimento ai santi che hanno coltivato una «mistica ad occhi aperti»: san Giovanni della Croce, con il suo percorso dalle notti oscure verso la luce; Santa Teresa d’Avila, con il percorso del «castello interiore» verso il proprio cuore, per scoprire come l’universo diventi casa; sant’Ignazio di Loyola, con la sua enfasi sul discernimento. Anche oggi l’eternità può permeare la vita quotidiana, unendo, nella ricerca della santità, la preghiera e l'impegno sociale. 

Nella capitale, Luigi XIV si presentò dinanzi al Parlamento come servitore della persona umana e difensore della sua dignità. Ha ricordato che una società giusta si misura in base alla sua capacità di proteggere la vita nei momenti di maggiore fragilità: «dal concepimento fino al suo naturale tramonto». Ha ammonito che la legge perde il proprio significato se diventa merce o se ignora coloro che non hanno la forza di far sentire la propria voce. Ha difeso la famiglia e la libertà di scegliere il tipo di istruzione per i propri figli. 

In ambito ecclesiale, l’incontro allo stadio Santiago Bernabéu è stato definito dal Papa come un «gol straordinario della Chiesa di Madrid». In quell’occasione ha presentato uno dei suoi principi teologici fondamentali: la Chiesa come «famiglia che apprende l’arte della polifonia», dove l’unità non è uniformità, ma un’armonia che valorizza la diversità dei carismi e le relazioni tra le «persone in carne e ossa». Ha elogiato i volontari, in quanto rappresentano il «lievito della gratuità». In una società tentata dal profitto, Leone XIV ha difeso la dedizione disinteressata come tratto distintivo della «città di Dio» che deve permeare la vita pubblica.

La tappa catalana si è concentrata sulla via della bellezza come canale di evangelizzazione. Nella basilica della Sacra Famiglia, Papa Leone XIV descrisse il tempio di Gaudí come un«»opera in costruzione« che simboleggia la vita cristiana stessa: un progetto incompiuto che richiede la collaborazione di tutti in quanto »pietre vive«. Egli ha affermato che l’arte e la bellezza sono »canali eminenti di evangelizzazione» in questa epoca dell’immagine.

Nell’abbazia di Montserrat, il messaggio si è concentrato sulla riconciliazione interiore. Contemplando la Vergine con il Bambino, Leone XIV ha esortato i fedeli a «deporre le armature» del giudizio, della critica e dell’aggressività. Propose la «forza disarmata e disarmante dell’amore» come l’unica in grado di sanare le ferite causate dall’ingiustizia e dalla divisione. 

Il momento culminante del viaggio, per il suo significato profetico, è stata la visita alle Isole Canarie. Situato al centro delle rotte migratorie, Papa Leone XIV ha definito l’arcipelago come un «luogo in cui il Risorto si manifesta» attraverso l’accoglienza. È stato categorico nell’affermare che «nessun essere umano è un’isola» e che il segreto del cuore risiede nella chiamata all’incontro.

Di fronte al dramma delle imbarcazioni di fortuna, il successore di Pietro, Leone XIV, ha condannato con severità coloro che «speculano sulla disperazione» e trasformano la sofferenza altrui in un business, avvertendoli che dovranno rispondere dinanzi alla giustizia divina. Ai migranti ha assicurato: «La vostra vita non è un rifiuto, la vostra dignità non si è dissolta nelle acque».

Una grande lezione che le Canarie hanno impartito alla Chiesa universale è stata l’invito a lasciarsi evangelizzare dai piccoli e dai poveri. Il Papa ha esortato i cattolici affinché l’integrazione non sia solo un compito sociale, ma un incontro spirituale in cui si riconosca la «misteriosa saggezza di Dio scritta nella carne» di coloro che soffrono.

Nel corso della sua visita, Leone XIV ha dimostrato una particolare predilezione per le persone dimenticate. Con i detenuti del carcere di Brians 1 (Barcellona) e successivamente nei suoi messaggi, ha ribadito che «gli errori della vita non determinano l’identità» e che il passato non deve condannare il futuro. Negli ospedali e a contatto con gli anziani, ha proposto una sorta di «magistero della fragilità», in cui la vecchiaia e la malattia ci ricordano la nostra reciproca dipendenza e il bisogno di Dio. 

Nel congedarsi dal porto di Santa Cruz de Tenerife, e facendo riferimento al cuore di Cristo, che è il cuore del Vangelo, Leone XIV ha esortato ad aprire a tutti «questo mare d’amore». Ha ribadito il motto «Alzate lo sguardo!» proprio verso il Crocifisso, che è fonte di perdono, di riconciliazione e di pace.

La visita del Papa Leone XIV incoraggia i giovani a cercare sempre la verità, rifiutando altre vie: «Se vi allontana da Dio, non è verità!». Li esorta a diventare protagonisti del cambiamento sociale come «scintilla di un’umanità nuova», capace di cambiare la storia con l’amore. 


Ramiro Pellitero
Docente presso la Facoltà di Teologia dell’Università di Navarra

(Pubblicato su «Religión confidencial», 17 giugno 2026)


Alzate lo sguardo

Lo scorso giugno tale invito ha fatto tappa in tre città spagnole, articolandosi attorno a tre temi centrali: bellezza, accoglienza e unità. A Barcellona, la bellezza della Sagrada Familia, che Gaudí ha eretto come una preghiera di pietra, ha dimostrato che la bellezza è un’ulteriore via per giungere a Dio. Nelle Canarie, l’accoglienza si è rivolta verso il fratello più vulnerabile, cercando Cristo nello sguardo e nelle mani degli altri. A Madrid, l’unità si è presentata come segno di comunione e fermento per un mondo riconciliato. Tre città, tre gesti, un unico movimento: alzare lo sguardo.

Papa Leone XIV ci ha esortato a rialzarci. San Josemaría aveva indicato, quasi cento anni prima, verso dove rivolgere lo sguardo. E Cristo risorto, dall’alto della Croce e dal tabernacolo, ha continuato ad attirare tutto a sé.

L'eredità spirituale del viaggio di Leone XIV

La chiamata di Leone XIV L’impegno a formare persone capaci di dialogare, discernere e servire il bene comune trova una risonanza particolare nella missione della Fondazione CARF. Da decenni, questa istituzione promuove la formazione di sacerdoti, seminaristi e religiosi di tutto il mondo attraverso borse di studio presso l’Università di Navarra e la Pontificia Università della Santa Croce (Roma).

L’obiettivo è che tornino nelle loro diocesi con una solida preparazione umana, intellettuale e spirituale per rispondere alle sfide pastorali dei loro paesi. In un contesto caratterizzato dalla polarizzazione e dalla ricerca di punti di riferimento, la formazione di coloro che sono chiamati a servire la Chiesa costituisce un contributo concreto alla cultura dell’incontro, al dialogo e alla promozione della dignità di ogni persona, valori che Leone XIV ha ripetutamente sottolineato durante la sua visita apostolica in Spagna.

Leone XIV: ode alle famiglie

Di fronte a un Parlamento che incita alla distruzione e manipola la verità sulla famiglia, promuovendo leggi contrarie a ciò che il Diritto Naturale considera una famiglia: un uomo e una donna, uniti fino alla morte e aperti alla vita, Leone XIV, durante la sua visita in Spagna, ha fatto un riferimento esplicito e molto chiaro alla famiglia voluta da Dio al momento della creazione dell’uomo e della donna.

La famiglia, fondamento naturale della società e del bene comune

Leone XIV ha parlato della famiglia come fondamento di ogni società civile e come lievito per la nascita di una nazione. In definitiva, la famiglia è il vero fondamento di ogni convivenza tra gli uomini sulla terra (le frasi in corsivo sono tratte dal discorso pronunciato davanti al Parlamento). 

Dopo aver sottolineato che: «Il bene comune è, in un certo senso, «la forma sociale della dignità umana» (cfr. Magnifica humanitas, 59). Esso non consiste nella mera somma degli interessi particolari, bensì nell«»insieme delle condizioni della vita sociale che rendono possibile alle associazioni e a ciascuno dei loro membri il raggiungimento più pieno e più agevole della propria perfezione» (Gaudium et spes, 26), scrive:  

«In questo contesto, riveste particolare importanza la famiglia, prima realtà umana e fondamento naturale della comunità».

Una società in cui le famiglie si disgregano; i coniugi dispongono di leggi che consentono loro di formalizzare una separazione in qualsiasi momento; i matrimoni non sono aperti alla vita; i genitori si disinteressano dell’educazione umana, morale e religiosa dei figli; si riconosce come «matrimonio legale» l’unione omosessuale, ecc., è una società destinata alla morte, all’estinzione.

Familia unida viendo el atardecer

Leone XIV ribadisce il ruolo insostituibile della famiglia nella costruzione delle società

Rivolgendosi alle famiglie e ricordando loro che Gesù continua a pregare il Padre per le famiglie, Leone XIV ha scritto un anno fa: «Quella preghiera del Signore conferisce pieno significato ai momenti luminosi del nostro amore reciproco come genitori, nonni, figli e figlie. Ed è proprio questo che vogliamo annunciare al mondo: siamo qui per essere «uno» proprio come il Signore vuole che siamo «uno», nelle nostre famiglie e nei luoghi in cui viviamo, lavoriamo e studiamo: diversi, ma uno; molti, ma uno; sempre uno, in qualsiasi circostanza e in ogni fase della vita».

«Fratelli, se ci amiamo in questo modo, sul fondamento di Cristo, che è "l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine" (cfr. Ap 22, 13), saremo un segno di pace per tutti, nella società e nel mondo. Non bisogna dimenticarlo: dal seno delle famiglie nasce il futuro dei popoli» (1° giugno 2025),

"»All’interno della famiglia le generazioni si intrecciano e si trasmette una memoria viva che garantisce la continuità della società». L’essere umano è chiamato a vivere per molti anni; ciò significa che entra a far parte di una storia che non costruisce da zero, ma nella quale è inserito fin dalla più tenera età. Tutto ciò che si apprende nella convivenza familiare costituisce un nutrimento che consente a ogni uomo e a ogni donna di orientarsi nell’ambiente in cui è destinato a vivere.

Chi non ricorda la gioia profonda di una nonna, quando partecipava al Battesimo del suo primo pronipote? Se i governi emanano leggi volte a far scomparire la famiglia, il potere politico smette di avere il significato di «servizio» e di «ricerca del bene comune», per trasformarsi in una dittatura tirannica, in un“”abominazione delle abominazioni». «Laddove la famiglia viene sostenuta, si rafforza anche la stabilità spirituale e sociale delle nazioni».

El Congreso recibe al Papa León XIV
Il Congresso ascolta Papa Leone XIV | Europa Press.

I governi devono imparare a impiegare tutte le risorse di cui dispongono nel miglior modo possibile, tenendo presente il «bene comune» di tutte le persone; e tale «bene comune» passa necessariamente attraverso l’aiuto alle famiglie in tutto ciò di cui potrebbero aver bisogno: alloggio, lavoro, assistenza sanitaria, ecc.

Se regna la pace nelle famiglie, regnerà la pace in tutta la società. Se si prega in famiglia, si pregherà anche nella società: nelle parrocchie, nelle confraternite, nelle processioni, e cammineremo tutti in unione con Gesù Cristo e la Sua Santissima Madre. Che gioia ho provato in non poche occasioni, entrando in una casa per benedirla, nel vedere un Cristo in croce in ogni stanza e un quadro della Santissima Vergine nella sala in cui la famiglia si riunisce, Lei che è la Regina delle Famiglie!

La famiglia cristiana: prima scuola di convivenza, amore e servizio

«La famiglia sarà sempre la prima scuola di umanità, dove si apprende, prima che in qualsiasi altro luogo, la grammatica elementare della convivenza: accogliere la vita, prendersi cura dell’altro, perdonare, servire e sentirsi parte di qualcosa».

I nostri genitori, perdonandoci per gli errori che possiamo commettere, ci stanno impartendo una lezione di amore e di comprensione, che ci aiuta a imparare a perdonare, a chiedere perdono; in una parola, a convivere con tutti coloro che ci circondano. Impariamo a servire il prossimo e a non chiuderci in noi stessi, rimuginando su ciò che potrebbe ferirci nelle azioni degli altri. In una famiglia veramente cristiana, l’egoismo e l’individualismo svaniscono da soli.

Madre y bebé, educación en la familia cristiana

E non solo chiedere perdono e perdonare: nelle famiglie impariamo a prenderci cura degli altri – genitori, fratelli, parenti vicini e lontani – venendo incontro alle loro esigenze. Sconfiggiamo ogni egoismo e impariamo a servire amando i nostri genitori, i nostri fratelli, i nostri parenti: i loro successi sono i nostri successi; i loro dolori e le loro sofferenze sono i nostri dolori e le nostre sofferenze; le loro gioie sono le nostre gioie.

La famiglia è la culla di nuove vite. I fratelli maggiori accolgono con grande generosità coloro che vengono dopo di loro; le sorelle maggiori sostengono con gioia lo spirito e il peso della maternità che una madre – soprattutto nelle famiglie con sei, sette, otto, nove… figli – non sempre trova la forza di sostenere.

Il diritto dei genitori di educare i propri figli secondo le proprie convinzioni

E, infine, si ricordi «il diritto primario e inalienabile» dei genitori di «scegliere il tipo di istruzione e di formazione che i propri figli ricevono, in linea con le proprie convinzioni morali, culturali e religiose».


Ernesto Juliá, (ernesto.julia@gmail.com) | Pubblicato precedentemente in Religione confidenziale.



La Fondazione Unicaja rinnova il proprio impegno a favore della formazione dei seminaristi e dei sacerdoti

Noi della Fondazione CARF siamo molto grati a Fondazione Unicaja, con cui un altro anno accademico si aggiunge alla nostra missione di sostenere la formazione integrale dei seminaristi e dei sacerdoti diocesani provenienti da paesi con minori risorse.

Grazie a questa collaborazione, i giovani con vocazione sacerdotale e i sacerdoti che necessitano di approfondire la propria preparazione potranno proseguire la propria formazione accademica, umana, spirituale e pastorale presso le Facoltà ecclesiastiche dell’Università di Navarra e presso la Pontificia Università della Santa Croce, a Roma. 

Una formazione che trasforma le persone e le comunità

Il sostegno della Fondazione Unicaja non va a beneficio solo di coloro che hanno l’opportunità di studiare. Ogni seminarista e sacerdote che completa la propria formazione torna nella propria diocesi per mettere le proprie conoscenze al servizio della Chiesa e delle persone della propria comunità.

Si tratta di un investimento nel futuro di migliaia di fedeli che, grazie a sacerdoti meglio preparati, potranno ricevere un’assistenza pastorale, umana e spirituale di maggiore qualità. Una catena di generosità che moltiplica i propri frutti proprio dove ce n’è più bisogno. 

Colaboración de Fundación Unicaja con Fundación CARF

L'impegno della Fondazione CARF a favore delle vocazioni

Da oltre 35 anni, Fondazione CARF Si adopera affinché nessuna vocazione vada perduta per mancanza di risorse economiche. Con l’aiuto di benefattori, aziende e istituzioni impegnate, rende possibile che seminaristi, sacerdoti diocesani, religiosi e religiose di oltre 130 paesi ricevano una formazione di eccellenza per poter poi servire nelle loro Chiese locali. 

Il sostegno di enti quali Fondazione Unicaja È fondamentale per continuare a portare avanti questa missione e offrire opportunità di formazione a coloro che saranno i protagonisti del futuro della Chiesa in tutto il mondo.

Noi della Fondazione CARF desideriamo esprimere il nostro più sincero ringraziamento per la fiducia che ci avete accordato e per averci accompagnato anche quest’anno in questo progetto al servizio delle vocazioni.



Omelia del Papa nella Basilica della Sagrada Familia

La visita del Papa La visita alla basilica della Sagrada Familia di Barcellona ha lasciato una di quelle immagini che rimangono impresse nella memoria collettiva della Chiesa. La benedizione della torre di Gesù Cristo, la più alta del tempio progettato da Antoni Gaudí, è stata ben più di un evento architettonico o culturale. È stata un’occasione per ricordare che la fede continua a illuminare il mondo quando si esprime attraverso la bellezza, la verità e la carità.

Una Chiesa sempre in fase di costruzione

Uno dei messaggi centrali dell’omelia è stato il paragone tra la basilica e la vita cristiana stessa. La Sagrada Familia continua a essere costruita dopo oltre centoquaranta anni. Lungi dal considerarlo un difetto, il Papa ha presentato questa realtà come un segno di speranza.

Il Chiesa è anch’essa sempre in fase di costruzione. E ogni battezzato ne fa parte come una pietra viva, chiamata a occupare un posto nel progetto di Dio.

Questa immagine riveste un significato particolare per coloro che dedicano la propria vita all’annuncio del Vangelo. La formazione cristiana non ha mai fine. Sacerdoti, seminaristi, religiosi e laici siamo chiamati a lasciarci plasmare continuamente dalla grazia per collaborare all’opera che Dio compie in ogni cuore.

L'evangelizzazione non consiste solo nel trasmettere conoscenze, ma nel contribuire affinché Cristo prenda forma nelle persone.

Postal de principios de siglo de la Sagrada Familia en construcción. Römmler & Jonas
Cartolina dei primi del secolo raffigurante la Sagrada Familia in fase di costruzione, Römmler & Jonas.

Dio continua a chiamare costruttori per la Sua Chiesa

Riflettendo sulle parole rivolte da Dio al re Davide, il Papa ha ricordato una verità fondamentale: non siamo noi a costruire una casa per Dio; è Dio che costruisce una casa per noi.

Ogni vocazione nasce da questa iniziativa divina

Anche oggi il Signore continua a chiamare i giovani di tutto il mondo al sacerdozio, alla vita consacrata e a diverse forme di consegna cristiana. Lo fa nelle città moderne e nei piccoli villaggi, in famiglie tra i credenti e nei luoghi in cui la fede sopravvive a malapena.

El papa León XIV, durante la eucaristía solemne en la basílica de la Sagrada Familia
Papa Leone XIV, durante la solenne celebrazione eucaristica nella basilica della Sagrada Familia.

Le vocazioni devono essere accompagnate, formate e sostenute

Per questo motivo la missione di istituzioni come la Fondazione CARF assume un’importanza così particolare per la vita della Chiesa. La formazione integrale di sacerdoti, seminaristi e religiosi Non si tratta di un compito secondario. È un investimento diretto nell’evangelizzazione del mondo.

Ogni sacerdote ben formato sarà in grado di accompagnare migliaia di anime nel corso del proprio ministero. Ogni seminarista Chi riceve una solida formazione umana, spirituale, intellettuale e pastorale diventa una speranza per innumerevoli persone che un giorno troveranno in lui un pastore.

Gaudí comprese che la bellezza conduce a Dio

In occasione del centenario della morte di Antoni Gaudí, il Papa ha voluto ricordare il geniale architetto catalano come un uomo profondamente credente che ha messo il proprio talento al servizio di Dio.

La Sagrada Familia non è stata concepita solo per ammirare un capolavoro dell’architettura. È stata progettata per annunciare il Vangelo.

Gaudí comprese ciò che la tradizione cristiana sapeva già da secoli: la bellezza può aprire strade che a volte le parole non riescono a percorrere.

Chi entra nella basilica Scoprite una catechesi costruita con pietra, luce, colore e proporzioni. Tutto conduce a Cristo. Tutto invita alla contemplazione. Tutto parla di Dio.

Ma la bellezza ha bisogno di interpreti

Anche l’opera d’arte più bella può trasformarsi in una semplice attrazione turistica se nessuno aiuta a scoprirne il significato profondo. Per questo la Chiesa ha bisogno di sacerdoti ben preparati, capaci di spiegare la fede, di offrire un accompagnamento spirituale e di mostrare come la bellezza creata rimandi sempre alla Bellezza infinita di Dio.

Detalle de la torre de Jesucristo de la Sagrada Familia.
Dettaglio della torre dedicata a Gesù Cristo della Sagrada Familia, David Zorrakino / EP.

La croce come risposta alla sofferenza umana

Uno dei momenti più toccanti dell’omelia è stato quando il Papa ha ricordato che non si può credere in Gesù Cristo e al contempo promuovere la guerra, uccidere gli innocenti o abbandonare chi soffre.

Le sue parole risuonano con forza nel contesto internazionale caratterizzato da conflitti, persecuzioni, povertà e sfollamenti forzati.

La croce diventa così un segno profetico

Non è un simbolo del potere umano. È il segno di un amore che si dona fino all’estremo. È la risposta di Dio alla sofferenza del mondo.

Proprio per questo motivo la formazione dei futuri sacerdoti ed evangelizzatori non può limitarsi all’acquisizione di conoscenze teologici. Deve preparare cuori capaci di accompagnare il dolore umano, annunciare la speranza e portare il conforto di Cristo a coloro che ne hanno maggiormente bisogno.

Evangelizzare attraverso la bellezza, la verità e la carità

Forse il messaggio più attuale di questa omelia è lo stretto legame tra evangelizzazione e bellezza.

In una cultura dominata dall’immagine, la Chiesa continua a trovare nell’arte, nell’architettura, nella musica e nella cultura vie privilegiate per avvicinare le persone a Dio. Tuttavia, tali vie necessitano di testimoni credibili.

La bellezza apre la porta. La verità illumina l’intelligenza. La carità trasforma il cuore.

Per questo motivo la Chiesa ha bisogno di uomini e donne ben preparati, capaci di dialogare con il mondo contemporaneo senza rinunciare alla ricchezza del Vangelo.

La Sagrada Familia, con le sue torri che si ergono verso il cielo, ci ricorda che ogni autentica evangelizzazione aiuta l’essere umano ad alzare lo sguardo. E che dietro ogni grande opera della Chiesa ci sono sempre persone che hanno risposto generosamente alla chiamata di Dio.

La costruzione della basilica prosegue. Anche la costruzione della chiesa prosegue. E per questo compito continuano a essere le vocazioni, la formazione e la generosità sono indispensabili di coloro che collaborano affinché il messaggio di Cristo giunga in ogni angolo del mondo.

Homilía Papa León XIV en la Sagrada Familia, Barcelona

Omelia completa

Basilica della Sagrada Família (Barcellona)
Mercoledì 10 giugno 2026

[Spagnolo e catalano]

"Signore, sia glorificato il vostro nome, che è il nostro, in tutta la terra!» (Sl 8,2.10). Con la lode di questo salmo, così pieno di gioia e di stupore, vi saluto tutti, cari fratelli e sorelle. Esprimo la mia gratitudine a Loro Maestà, ringrazio il cardinale Juan José Omella, arcivescovo di Barcellona, nonché gli altri fratelli nell’episcopato e tutti coloro che si uniscono alla nostra preghiera: sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose.

In questo pomeriggio di festa per tutta la città di Barcellona, rivolgo il mio saluto di gratitudine alle autorità pubbliche, nonché ai membri di altre comunità cristiane e di altre religioni che partecipano alla nostra celebrazione di ringraziamento.

Oggi la Basilica della Sagrada Família ci accoglie in questa splendida città, aprendo le sue porte come se fossero braccia che invitano ciascuno, presso questo altare, ad ascoltare la Parola di Dio. È un tempio che ci costituisce in una famiglia amata dal Signore, nutrita dalla Sua stessa vita nell’Eucaristia. È così che la città di Barcellona e tutta la Catalogna si riuniscono in questo tempio, segno anche di unità e di concordia, e alzano lo sguardo per incontrare il volto di Dio Padre, risplendente nel suo Figlio fatto uomo, Gesù Cristo.

Papa Benedetto l’ha già consacrata

Rendiamo grazie al Signore per la sua carità verso di noi e lo lodiamo per tutto ciò che compie nella nostra vita. Gli rendiamo grazie in particolare per questa straordinaria basilica, che Papa Benedetto XVI ha consacrato nel 2010, ricordando che essa è segno visibile del Dio invisibile e che per la Sua gloria si innalzano le torri (cfr. Omelia per la consacrazione, 7 novembre 2010). In continuità con la preghiera del mio predecessore, tra poco benedirò la torre più alta, quella di Gesù Cristo.

[Oggi la Basilica della Sagrada Familia ci accoglie in questa splendida città, aprendo le sue porte come se fossero le sue braccia per invitare ciascuno a questo altare, ad ascoltare la Parola di Dio. È un tempio che ci rende una famiglia amata dal Signore, nutrita dalla Sua stessa vita nell’Eucaristia. È così che Barcellona e tutta la Catalogna si riuniscono in questo tempio, segno anch’esso di unità e di concordia, e alzano lo sguardo per incontrare il volto di Dio Padre, che risplende nel suo Figlio fatto uomo, Gesù Cristo.

Mentre rendiamo grazie al Signore per la sua carità verso di noi, lo lodiamo per ciò che opera nella nostra vita. Gli rendiamo grazie in particolare per questa straordinaria basilica, che Papa Benedetto XVI ha consacrato nel 2010, ricordando che essa è segno visibile del Dio invisibile, per la cui gloria si ergono le sue torri (cfr. Omelia per la consacrazione, 7 novembre 2010). In continuità con la preghiera del mio Predecessore, tra pochi istanti benedirò la torre più alta, quella di Gesù Cristo.]

Molto più di un semplice monumento

Questa chiesa è un unico edificio, composto da numerose pietre. Una casa che cresce con costanza nel corso degli anni, seguendo un unico progetto. Tutti noi siamo le pietre vive di quest’opera, che ha in Cristo il fondamento e il culmine, il principio e la fine. Molto più che un monumento, la basilica della Sagrada Familia rimane ancora oggi un’opera in costruzione, che ci ricorda come la vita cristiana sia sempre un cammino, poiché si tratta di un progetto che Dio porta avanti.

Non viviamo, dunque, in un’opera incompiuta, ma in un tempio ancora in costruzione. La sua imperfezione non è un difetto, poiché testimonia un desiderio; non indica una mancanza, ma esprime una promessa che desideriamo onorare con coerenza. La nostra gratitudine si trasforma così in impegno, mentre collaboriamo al progetto di Dio, vale a dire all’opera alla quale Egli stesso ci chiama. Poiché siamo tempio dello Spirito Santo (cfr. 1 Co 6,16.19), quest’opera coincide con la nostra vita, che Dio concepisce come un capolavoro che dobbiamo realizzare insieme e ci chiama a collaborare con Lui (cfr. 1 Co 3,9).

A questo proposito, custodiamo nel nostro cuore le parole che il Signore rivolse al re Davide: «È forse tu che mi costruirai una casa perché io vi dimori?» (2 Sam 7,5). Al contrario, «il Signore ti annuncia che ti costruirà una casa» (v. 11).

Con questo annuncio, la Scrittura ci insegna che non siamo noi a riservare un posto a Dio, come se Egli fosse un elemento di una serie o parte di un tutto più grande di Lui. È invece Dio a darci un posto, e il posto che ci dona è il suo stesso cuore: il posto del Figlio, per noi che eravamo estranei; il posto dell’Amato, per noi che siamo peccatori.

Il Signore è con noi

Questa Sua volontà si compie attraverso Gesù; possiamo quindi comprendere il significato di quanto abbiamo ascoltato nel Vangelo, quando il Signore dice ai farisei: «Se non credete che “Io sono”, morirete nei vostri peccati» (Jn 8,24).

Parole forti, che non sono affatto minacce, né ricatti. Sono un invito alla salvezza, ovvero un appello alla libertà da parte di Cristo, che desidera per noi il bene definitivo ed eterno.

Di fronte alla minaccia del male, il Signore è sempre con noi, sempre dalla nostra parte. “Io sono”: questo è il Nome Santissimo che Dio rivelò a Mosè dal roveto ardente, manifestando la Sua incrollabile fedeltà. Diventato uomo, Egli si fa per noi l’Emmanuele, fonte di grazia e di perdono, di salvezza e di vita nuova.

Cari fratelli, non possiamo credere in Gesù e promuovere la guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria.

In questa notte, dunque, la Croce di Cristo, che corona questa basilica, è la Croce degli ultimi, che diventano i primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgono.

Le tre facciate della Sagrada Família ne sono testimonianza: il Primo si sacrifica per noi nel periodo natalizio; con il suo sacrificio ci redime attraverso la Passione; la sua morte ci dona la vita eterna rendendoci partecipi della gloria divina. Nell’ammirare la torre di Gesù Cristo, Alcem alzò lo sguardo verso Ell, Rendiamo lode a Colui che ci rivela la verità di Dio e la verità di noi stessi.

Guardando a Cristo possiamo vedere il mondo con occhi nuovi: la torre della croce diventa allora un simbolo di carità, poiché Dio ci ama in questo modo, trasformando uno strumento di morte in un segno di speranza. Nella croce di Gesù la nostra fede raggiunge il culmine, come attesta l’iscrizione che si trova alla base della guglia: “Tu solo sei il Santo, Tu solo sei il Signore, Tu solo sei l’Altissimo”. Questa croce risplende di giorno, riflettendo la luce del sole, e risplende di notte, illuminando la città come un faro affacciato sul Mediterraneo.

gaudi torre jesucristo sagrada familia misa papa león

[Stasera ricordiamo, dunque, che la Croce di Cristo, che corona questa basilica, è la Croce degli ultimi che diventano i primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno. Le tre facciate della Sagrada Família ne sono testimonianza: il Primo si fa l’ultimo per noi nella Natività; con il suo sacrificio ci redime attraverso la Passione; la sua morte ci dona la vita eterna rendendoci partecipi della gloria divina.

Ammirando la torre di Gesù Cristo, alziamo lo sguardo verso di Lui, verso Colui che solo ci rivela la verità di Dio e la verità di noi stessi. Guardando a Cristo possiamo vedere il mondo con occhi rinnovati: la torre della croce diventa allora vessillo di carità, perché Dio ci ama così, trasformando uno strumento di morte in segno di speranza.

Sulla croce di Gesù la nostra fede raggiunge il suo culmine, come recita l’iscrizione che si trova alla base della guglia: “Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, tu solus Altissimus”. Questa croce risplende di giorno, riflettendo la luce del sole, e risplende di notte, illuminando la città come un faro affacciato sul Mediterraneo.]

La luce del Risorto

Sì, la luce di Cristo risplende nelle tenebre, anche se le tenebre non l’hanno accolta (cfr. Jn 1,5.11). Tuttavia, questo rifiuto non comporta l’assenza dell’amore di Dio: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo — dice il Signore — allora saprete che Io Sono e che non faccio nulla di mia iniziativa, ma parlo come il Padre mi ha insegnato» (Jn 8,28).

È necessario passare attraverso la passione del Crocifisso per essere illuminati dalla gloria del Risorto: da sempre, infatti, il Padre insegna a donare la vita e il Figlio, che la riceve da Lui, la dona a tutti con la potenza dello Spirito Santo. Ecco perché proprio la croce è il segno luminoso del Suo amore.

È la fede che dà forma alle pietre e senso all’edificio in cui viviamo insieme. Nella nostra preghiera scopriamo, quindi, il legame originario delle cose con Dio, creatore del cielo e della terra: Egli è l’artista che ha impresso il proprio splendore nel cosmo.

Creato a Sua immagine, l’uomo risponde all’opera di Dio con la propria ingegnosità: è così che l’artista trasforma il talento in lode e la creatività in testimonianza dello stesso Creatore. In qualità di architetto animato da una fede ardente, il venerabile Antoni Gaudí ha concepito questi spazi con l’intento di narrare i misteri della vita del Signore: in questo modo ci ha proposto un pellegrinaggio spirituale, che conduce all’incontro con Cristo nato, morto e risorto per noi.

Insieme a Gaudí, di cui commemoriamo il centenario della sua scomparsa, in questo pomeriggio ricordiamo e rendiamo grazie a tutti i promotori e benefattori, agli artisti e agli operai che hanno collaborato alla realizzazione di un capolavoro architettonico, che è anche un’eloquente catechesi fatta di pietre, colori e luce.

Con saggezza, la Chiesa rinnova così la Bibbia dei poveri delle antiche cattedrali, che sono esse stesse messaggi di evangelizzazione di grande ricchezza. In questa epoca dell’immagine, risulta ancora più evidente come l’arte e la bellezza siano canali preminenti di evangelizzazione.

gaudi torre jesucristo sagrada familia misa papa león xiv

[È proprio la fede a dare forma alle pietre e senso all’edificio che abitiamo insieme. Nella nostra preghiera scopriamo, quindi, il legame originario delle cose con Dio, creatore del cielo e della terra: Egli è l’artista che ha impresso il proprio splendore nel cosmo. Creato a Sua immagine, l’uomo risponde all’opera di Dio con il proprio ingegno: è così che l’artista trasforma il talento in lode e la creatività in testimonianza dello stesso Creatore.

In qualità di architetto animato da una fede ardente, il venerabile Antoni Gaudí ha concepito questi spazi con l’intento di raccontare i misteri della vita del Signore: in questo modo ci ha proposto un pellegrinaggio spirituale, che conduce all’incontro con Cristo nato, morto e risorto per noi. Insieme a Gaudí, di cui commemoriamo il centenario della morte, ricordiamo e rendiamo grazie questo pomeriggio a tutti i promotori e i benefattori, agli artisti e agli operai che hanno collaborato alla realizzazione di un capolavoro architettonico, che è anche un’eloquente catechesi fatta di pietre, colori e luce.

Nella sua saggezza, la Chiesa rinnova così la «Biblia pauperum» delle antiche cattedrali, che sono di per sé messaggi di evangelizzazione di grande ricchezza. In questa epoca dell’immagine, risulta ancora più evidente come l’arte e la bellezza siano canali eccellenti di evangelizzazione.]

Cari fratelli e sorelle, la bellezza di questo tempio ci incoraggia ad apprendere sempre di più dal nostro Maestro e Signore l’arte di vivere secondo il suo Vangelo. Mentre alziamo lo sguardo verso di Lui, il Crocifisso Risorto, impegniamoci a sollevare il volto di coloro che giacciono nella polvere (cfr. 1 Sam 2,8).

E dimostriamo così che la Sagrada Familia è la chiesa più alta del mondo, non per distinguersi nelle classifiche mondane, ma per guidare i passi del popolo di Dio in pellegrinaggio in questa terra della Catalogna, con la croce che illumina il cammino, come una lampada accesa nell’attesa del ritorno dello Sposo.