Che cos’è l’Unzione degli infermi?: quando, chi può riceverla e quali effetti ha

«Guarite i malati!» (Mt 10,8). La Chiesa ha ricevuto questo incarico dal Signore e cerca di adempierlo attraverso le cure mediche e l’assistenza che offre ai malati. E anche attraverso la preghiera di intercessione con cui li accompagna nei momenti di bisogno.

Quando una persona si ammala gravemente o raggiunge un’età avanzata, molte famiglie si chiedono se sia giunto il momento di richiedere l’Unzione degli infermi. Tuttavia, persiste ancora la convinzione che questo sacramento venga amministrato solo a coloro che stanno per morire. La realtà è ben diversa: l’Unzione degli Infermi è un sacramento di conforto, forza e speranza che la Chiesa offre a coloro che stanno affrontando una grave malattia o la fragilità della vecchiaia.

Che cos’è l’Unzione degli infermi?

La misericordia di Gesù Cristo verso i malati e le sue numerose guarigioni di persone afflitte di ogni genere costituiscono un segno meraviglioso della sua compassione verso tutti coloro che soffrono nel corpo e nell’anima.

Con la sua Passione e la sua morte sulla Croce, Gesù ha dato un nuovo significato alla sofferenza. Da allora questa realtà ci configura a Lui e ci unisce alla Sua missione redentrice. Per i cristiani la malattia e la morte possono e devono essere mezzi per santificarsi e redimersi con Cristo. Per aiutarci in questa missione esiste l’Unzione degli infermi.

La presenza di Cristo nella malattia è di grande conforto. Egli ci prende per mano e ci ricorda che apparteniamo a Lui e che nulla può separarci da Lui.

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Unzione degli infermi, sacramento di salvezza e guarigione

La parabola del buon samaritano esprime il mistero che si celebra in questo sacramento: Gesù Cristo si avvicina a chi soffre e lo conforta con l’olio della consolazione e il vino della speranza. Successivamente, lo conduce alla locanda, che rappresenta la Chiesa, alla quale Cristo lo affida. Cristo insegnò ai suoi discepoli ad avere la stessa predilezione per i malati e i bisognosi, e affidò loro il compito di assisterli in suo nome attraverso il sacramento dell’Unzione.

L’Unzione degli infermi è un sacramento istituito da Gesù Cristo, accennato come tale nel Vangelo secondo San Marco. Raccomandato ai fedeli e promulgato dall’apostolo Giacomo: «C’è qualcuno tra voi che è malato? Chiami i sacerdoti della Chiesa, che preghino per lui e lo ungano con olio nel nome del Signore. E la preghiera della fede salverà il malato, e il Signore lo farà alzare; e se avesse commesso peccati, gli saranno perdonati» (Gc 5,14-15).

La Chiesa crede e professa che, tra i sette sacramenti, ve ne sia uno destinato in modo particolare a confortare coloro che sono afflitti dalla malattia: l’Unzione degli infermi. Questo sacramento aiuta a vivere queste realtà dolorose della vita umana in una prospettiva cristiana: «Nell’Unzione degli infermi, come oggi si chiama l’Estrema Unzione, assistiamo a un’amorevole preparazione al viaggio che si concluderà nella casa del Padre», (San Josemaría Escrivá, È Cristo che passa, 80).

Un sacramento speciale per i malati

Nel corso dei secoli, l’Unzione degli infermi veniva amministrata a coloro che erano in punto di morte; per questo motivo era denominata Estrema Unzione. Allo stesso modo, la liturgia non ha mai smesso di pregare per gli infermi.

Oggi sappiamo che questo sacramento è un sacramento di guarigione. È un dono di Dio che contribuisce alla guarigione del corpo e dello spirito di chi lo riceve. Attraverso di esso si chiede al Signore la salute del corpo, dell’anima e dello spirito del cristiano che sta affrontando una grave malattia o si trova in età avanzata.

«La grazia principale di questo sacramento è una grazia di consolazione, di pace e di coraggio per superare le difficoltà proprie dello stato di grave malattia o della fragilità della vecchiaia. Questa grazia è un dono dello Spirito Santo che rinnova la fiducia e la fede in Dio e rafforza contro le tentazioni del maligno, in particolare la tentazione dello scoraggiamento e dell’angoscia di fronte alla morte […] Questo aiuto del Signore, per mezzo della forza del Suo Spirito, intende condurre il malato alla guarigione dell’anima, ma anche a quella del corpo, se tale è la volontà di Dio. Inoltre, "se avesse commesso dei peccati, gli saranno perdonati"» (CEC, 1520).

Non si deve pensare che questo sacramento sia riservato esclusivamente a coloro che si trovano in pericolo di morte, ma che possano riceverlo anche coloro che ne sono consapevoli e lo ritengono necessario.

Così ogni cristiano che soffre di una grave malattia, che subirà un'operazione delicata o che è molto anziano può chiedere che gli venga amministrato il sacramento dell'unzione degli infermi. Nel corso della stessa malattia, il sacramento può essere ripetuto se la malattia si aggrava.

Non vi è alcun limite al numero di volte in cui è possibile riceverlo e non è opportuno aspettare fino all’ultimo momento.

La Chiesa stabilisce che, se il malato è incosciente, può essere amministrato il sacramento della confessione. Poi il sacramento dell'unzione degli infermi. Se una persona gravemente malata muore senza aver ricevuto questo sacramento, la Chiesa raccomanda di amministrarlo nelle prime ore dopo il decesso.

Ministro dell'Unzione degli Infermi

«Solo i I sacerdoti (vescovi e presbiteri) sono ministri dell’Unzione degli infermi. È dovere dei pastori istruire i fedeli sui benefici di questo sacramento. I fedeli devono incoraggiare gli infermi a chiamare il sacerdote per ricevere questo sacramento. E che i malati si preparino a riceverlo con il giusto spirito, con l’aiuto del loro pastore e di tutta la comunità ecclesiale, la quale è invitata ad accompagnare in modo del tutto particolare i malati con le proprie preghiere e le proprie attenzioni fraterne» (Catechismo, 1516).

Dobbiamo tutti essere consapevoli del fatto che oggi le persone gravemente malate muoiono da sole, nonostante si trovino in ospedali moderni. Per questo è importante il lavoro cristiano di coloro che hanno accesso a questa realtà. Affinché ai malati negli ospedali non manchino i mezzi per confortare e lenire il corpo e l'anima sofferenti, e tra questi mezzi, oltre al sacramento della Riconciliazione e del Viatico, c'è il sacramento dell'Unzione degli infermi.

Così come i sacramenti del Battesimo, della Cresima e dell’Eucaristia costituiscono un’unità denominata «i sacramenti dell’iniziazione cristiana», si può affermare che la Confessione, l’Unzione e l’Eucaristia, in quanto viatico, costituiscono, quando la vita cristiana volge al termine, i sacramenti che concludono il pellegrinaggio terreno.

"Ci aiuta ad ampliare la nostra visione della malattia e a sapere che non siamo soli, che il sacerdote e la comunità cristiana sostengono i malati e i sofferenti", Papa Francesco.

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Tema dell’Unzione degli infermi

L'argomento dell'Unzione degli infermi è ogni persona battezzata, che abbia raggiunto l’età della ragione e si trovi in pericolo di morte a causa di una grave malattia o di vecchiaia accompagnata da avanzata debolezza senile. Ai defunti non può essere amministrata l’Unzione degli infermi.

Per ricevere i frutti di questo sacramento è necessaria, da parte del destinatario, la previa riconciliazione con Dio e con la Chiesa, almeno con il desiderio, indissolubilmente legato al pentimento per i propri peccati e all’intenzione di confessarli, quando possibile, nel sacramento della Penitenza. Per questo motivo la Chiesa prevede che, prima dell’Unzione, venga amministrato al malato il sacramento della Penitenza e della Riconciliazione.

Il soggetto deve avere l’intenzione, almeno abituale e implicita, di ricevere questo sacramento. In altre parole: il malato deve nutrire la ferma volontà di morire come muoiono i cristiani, e con gli aiuti soprannaturali a essi destinati.

Sebbene l’Unzione degli infermi possa essere amministrata a chi ha già perso i sensi, occorre fare in modo che essa venga ricevuta con consapevolezza, affinché il malato possa disporsi al meglio a ricevere la grazia del sacramento. Non deve essere amministrato a coloro che permangono ostinatamente impenitenti in un peccato mortale manifesto (cfr. CIC, can. 1007).

Se un malato che ha ricevuto l’Unzione riacquista la salute, può, in caso di nuova malattia grave, ricevere nuovamente questo sacramento; e, nel corso della stessa malattia, il sacramento può essere ripetuto se la malattia si aggrava (cfr. CIC, can. 1004, 2).

Infine, è opportuno tenere presente questa indicazione della Chiesa: «In caso di dubbio circa il fatto che il malato abbia riacquistato l’uso della ragione, sia affetto da una malattia grave o sia già deceduto, si amministri questo sacramento» (CIC, can. 1005).

In che modo si svolge il rito del sacramento?

Come tutti i sacramenti, l'Unzione degli infermi è celebrata liturgicamente e comunitariamente e si svolge in famiglia, in ospedale o in chiesa, per un singolo malato o per un gruppo di malati.

È molto appropriato che venga celebrata nell'ambito dell'Eucaristia, memoriale della Pasqua del Signore. Se le circostanze lo permettono, la celebrazione del sacramento della Santa Unzione può essere preceduta dal sacramento della Riconciliazione e seguita dal sacramento della Comunione.

Per quanto riguarda il sacramento dell’Eucaristia, esso dovrebbe sempre costituire l’ultimo sacramento del pellegrinaggio terreno, il «viatico» per il «passaggio» alla vita eterna. È seme di vita eterna e potenza di risurrezione, secondo le parole del Signore. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,54). L’Eucaristia è qui il sacramento del passaggio dalla morte alla vita, da questo mondo al Padre.

La Liturgia della Parola, preceduta da un atto di penitenza, apre la celebrazione. Le parole di Cristo e la testimonianza degli Apostoli suscitano la fede del malato e della comunità per chiedere al Signore la forza dello Spirito Santo.

Il sacerdote È colui che ungerà il malato con l’olio consacrato dal vescovo il Giovedì Santo. Lo unge sulla fronte e sui palmi delle mani del malato, pronunciando nel contempo le seguenti parole. «Per questa Santa Unzione e per la sua benevola misericordia, il Signore vi aiuti con la grazia dello Spirito Santo, affinché, liberandovi dai vostri peccati, vi conceda la salvezza e vi conforti nella vostra malattia» (Sacram Unctionem Infirmorum).

Gli effetti della grazia del sacramento

La grazia principale di questo sacramento è una grazia di consolazione, di pace e di incoraggiamento per superare le difficoltà proprie dello stato di grave malattia o della fragilità della vecchiaia. Questa grazia è un dono dello Spirito Santo che rinnova la fiducia e la fede in Dio e rafforza contro le tentazioni del maligno, specialmente contro la tentazione dello scoraggiamento e dell’angoscia di fronte alla morte.

Questo aiuto del Signore, per opera del suo Spirito, mira a condurre il malato alla guarigione dell’anima, ma anche a quella del corpo, se tale è la volontà di Dio. Inoltre, «se avesse commesso dei peccati, gli saranno perdonati» (Giacomo 5,15).

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Per la grazia di questo sacramento, il malato riceve la forza e il dono di unirsi più intimamente alla Passione di Cristo. La sofferenza, conseguenza del peccato originale, acquista un nuovo significato e diventa partecipazione all’opera di Gesù.

In sintesi: unione del malato alla Passione di Cristo, per il suo bene e quello di tutta la Chiesa. Consolazione, pace e coraggio per sopportare cristianamente le sofferenze della malattia o della vecchiaia. Il perdono dei peccati, qualora il malato non abbia potuto ottenerlo tramite il sacramento della Penitenza. Il recupero della salute fisica, se ciò è utile alla salute spirituale. E la preparazione al passaggio alla vita eterna.


Bibliografia


L’atteggiamento di Gesù di fronte alla sofferenza umana

A livello sociale possiamo fare molto in questo ambito, combattendo la "cultura dello scarto" di tanti bambini e giovani, malati, persone con disabilità, anziani ed emarginati della società. In questo modo possiamo contribuire, nella vita quotidiana e nelle circostanze concrete di ciascuno, a mostrare e difendere la "dignità infinita" di ogni essere umano.

Chi guarda a Cristo e vive con Lui, cammina con Lui e ne condivide gli atteggiamenti. In un Discorso alla seduta plenaria della Pontificia Commissione Biblica (11 aprile 2024), il successore di Pietro, Papa Francesco, ci ha esortato a fare nostre le attitudini di Gesù, in particolare di fronte alla malattia e alla sofferenza umana.

«Tutti vacilliamo sotto il peso di queste esperienze e dobbiamo aiutarci a superarle vivendole ‘in relazione’, senza chiuderci in noi stessi e senza che la legittima ribellione si trasformi in isolamento, abbandono o disperazione".

Grazie all’esperienza dei saggi e delle culture, sappiamo che il dolore e la malattia, soprattutto se li consideriamo alla luce della fede, possono diventare fattori decisivi in un percorso di maturazione; poiché la sofferenza, tra le altre cose, permette di distinguere l’essenziale da ciò che non lo è.

Papa Francesco ha affermato che è soprattutto il l'esempio di Gesù colui che ci indica la via, l’atteggiamento che dobbiamo adottare di fronte alla malattia e alla sofferenza, sia nostra che altrui, e tradurlo in azioni proficue: «Egli ci esorta a prenderci cura di coloro che vivono in condizioni di malattia, con la determinazione di superarla; allo stesso tempo, ci invita con delicatezza a unire le nostre sofferenze alla sua offerta salvifica, come un seme che porta frutto». Prendersi cura e cercare di superare le difficoltà, unirsi e assumersi le proprie responsabilità.

Infatti, sin dall’inizio del suo pontificato, il 19 marzo 2013, ha insegnato, anche quando evocava l’esempio di san Giuseppe, il compito cristiano e umano di custodire e servire, di essere vicini e di prendersi cura degli altri, in particolare di coloro che ci vengono incontro o che possiamo raggiungere, per alleviare le loro necessità (cfr. anche il messaggio per la Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2021, sul tema «La cultura della cura come via verso la pace»).

Papa Francesco ha sottolineato che la visione della fede può condurci ad affrontare il dolore con due atteggiamenti fondamentali: la compassione e l’inclusione.

Compassione tradotta in azioni concrete

La compassione non è un sentimento superficiale e passeggero, senza impegni né conseguenze, oppure con semplici parole.

Già Benedetto XVI osservava che «la grandezza dell’umanità è determinata essenzialmente dal suo rapporto con la sofferenza e con chi soffre. Ciò vale sia per l’individuo che per la società. Una società che non riesce ad accogliere coloro che soffrono e non è in grado di contribuire, attraverso la compassione, affinché la sofferenza sia condivisa e superata anche interiormente, è una società crudele e disumana» (enc. Spe salvi, 38).

Sulla stessa linea si colloca Francesco, nello stesso discorso rivolto alla Pontificia Commissione Biblica, in cui sottolinea proprio la compassione di Gesù:

«La compassione indica la un atteggiamento ricorrente e caratteristico del Signore nei confronti delle persone fragili e bisognose che incontra. Vedendo i volti di tante persone, pecore senza pastore che faticano a trovare la propria strada nella vita (cfr. Mc 6, 34), Gesù si commuove. Egli ha compassione della folla affamata ed esausta (cfr. Mc 8, 2) e accoglie instancabilmente i malati (cfr. Mc 1, 32), delle cui richieste ascolta le suppliche: pensiamo ai ciechi che lo supplicano (cfr. Mt 20, 34) e ai numerosi malati che chiedono di essere guariti (cfr. Lc 17,11-19); prova ‘grande compassione’ – dice il Vangelo – per la vedova che accompagna il suo unico figlio alla tomba (cfr. Lc 7,13).

Grande compassione. Questa compassione si manifesta come vicinanza e induce Gesù a identificarsi con chi soffre: ‘’Ero malato e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,36)».

Prestiamo bene attenzione: Gesù si commuove, prova compassione, si avvicina fino a identificarsi con chi soffre. Cosa ci rivela questo atteggiamento di Gesù? Il modo di avvicinarsi Gesù al dolore: non innanzitutto con «spiegazioni» – alle quali tendiamo spesso –, né con incoraggiamenti e consolazioni sterili, né con belle parole o un repertorio di sentimenti, come talvolta si osserva nelle storie della Sacra Scrittura, come nel caso degli amici di Giobbe, che tentano di teorizzare il dolore collegandolo alla punizione divina.

«La risposta di Gesù è fondamentale; è fatta di ‘compassione che fa propria’ e che, proprio nel far propria, salva l’essere umano e trasfigura il suo dolore. Cristo ha trasformato il nostro dolore facendolo proprio fino in fondo: vivendolo, soffrendolo e offrendolo come dono d’amore. Egli non ha dato risposte facili ai nostri ‘perché’, ma sulla croce ha fatto proprio il nostro grande ‘perché’ (cfr. Mc 15, 34)».

Pertanto, sottolinea Francesco, assimilando la Sacra Scrittura possiamo purificarci da certi atteggiamenti sbagliati e imparare a seguire la via indicata da Gesù: «Affrontare la sofferenza umana con le proprie mani, con umiltà, mitezza e serenità, per portare, in nome del Dio incarnato, la vicinanza di un sostegno salvifico e concreto. Toccare con mano, non a livello teorico». Il Papa è chiaro e diretto.

Jesús curando a un ciego. Fuente: Wikipedia

Inclusione solidale

Pur non essendo un termine biblico, il termine inclusione, sottolinea Francesco, esprime bene una caratteristica saliente dello stile di Gesù: andare alla ricerca del peccatore, dello smarrito, dell’emarginato, dello stigmatizzato, affinché egli sia accolto nella casa del Padre e stagionato completamente, con il corpo, l’anima e lo spirito (ad esempio, il figliol prodigo o i lebbrosi). Inoltre, Gesù desidera condividere ai discepoli quella missione e quell’atteggiamento di consolazione: ordina loro di prendersi cura dei malati e di benedirli nel suo nome (cfr. Mt 10,8; Lc 10,9; Lc 4,18-19).

«Per questo motivo, attraverso l’esperienza della sofferenza e della malattia, noi, come Chiesa, siamo chiamati a camminare al fianco di tutti, in solidarietà cristiana e umana, creando, in nome della nostra comune fragilità, occasioni di dialogo e di speranza». Un chiaro esempio è la parabola del buon samaritano, che mostra «con quali iniziative sia possibile ricostruire una comunità a partire da uomini e donne che fanno propria la fragilità degli altri, che non permettono che si crei una società dell’esclusione, ma che si fanno prossimi e sollevano e riabilitano chi è caduto, affinché il bene sia comune» (enc. Fratelli tutti, n. 67).

Il Papa, proprio di fronte a esperti della Bibbia, individua un principio fondamentale: «La Parola di Dio è un potente antidoto contro ogni forma di chiusura mentale, astrazione e ideologizzazione della fede: letta nello spirito in cui è stata scritta, accresce la passione per Dio e per l’uomo, stimola la carità e ravviva lo zelo apostolico». Ed è per questo che la Chiesa ha un bisogno costante di attingere – e di far attingere – alle fonti della Parola.

Nei confronti delle persone con disabilità

Proprio questi atteggiamenti di Gesù – compassione, attenzione e inclusione –, che dobbiamo fare nostri, li possiamo riconoscere nei suoi incontri con le persone con disabilità, come ha insegnato il Papa lo stesso giorno nel suo discorso all’Accademia delle Scienze Sociali (11 aprile 2024).

Gesù si metta in contatto con loro (non li ignora né li nega, né li emargina né li scarta); inoltre cambia il significato della sua esperienza di vita, con «un invito a tessere» un rapporto unico con Dio che faccia rifiorire »alle persone», come si evince dal caso del cieco Bartimeo (cfr. Mc 10,46-52).

L’attuale cultura dello scarto e dello spreco, deplora Papa Bergoglio, porta facilmente queste persone a considerare la propria esistenza come un peso per se stesse e per i propri cari. E così questa mentalità apre la strada a una cultura della morte, all’aborto e all’eutanasia.

Per questo motivo, afferma il successore di Pietro, «lottare contro la cultura dello scarto significa promuovere la cultura dell'inclusione –devono essere uniti–, creare e rafforzare i legami di appartenenza »alla società«, adoperarsi, soprattutto nei paesi più poveri, «per una maggiore giustizia sociale e per eliminare le barriere di vario genere che impediscono a così tante persone di godere dei diritti e delle libertà fondamentali». I risultati di tali azioni sono più evidenti nei paesi economicamente più sviluppati.

Ritiene che questa cultura dell’inclusione integrale venga promossa in modo più completo «quando le persone con disabilità non sono destinatari passivi, ma piuttosto partecipano alla vita sociale in qualità di protagonisti del cambiamento». Per questo motivo sostiene che «sussidiarietà e partecipazione sono i due pilastri di un’inclusione efficace. E in questa prospettiva si comprende bene l’importanza delle associazioni e movimenti »di persone con disabilità che promuovono la partecipazione sociale».

Tre appuntamenti del Papa Leone XIV durante la sua visita a Gran Canaria

Nel corso del suo incontro con le strutture di accoglienza dei migranti, tenutosi nel porto di Arguineguín (Gran Canaria), Papa Leone XIV ha riflettuto sulla sofferenza di coloro che sono costretti ad abbandonare la propria casa a causa della povertà, della violenza, della guerra o dello sfruttamento. Queste parole esprimono il Suo appello a riconoscere la dignità di ogni persona e a non rimanere indifferenti di fronte alla sofferenza umana.

1. «Come potete vedere, ho al dito l’anello chiamato «del Pescatore». Il suo stesso nome ci rimanda al lago di Galilea, dove Cristo chiamò Pietro e gli disse: «D’ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10). La Chiesa ha interpretato quel versetto come immagine della propria missione. Ma qui e in luoghi come El Hierro, quel mandato assume un significato letterale e doloroso. Quell’isola, piccola per estensione ma grande in termini di umanità, ha visto arrivare migliaia di persone strappate dalla loro terra e affidate alla fragilità di una barca di paglia. Qui ci sono persone salvate dal mare e corpi senza vita recuperati dalle acque.

Per questo motivo, il Successore di Pietro non può voltare le spalle a questi moli. La Chiesa non può ignorare queste acque né alcun luogo in cui la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuino a ferire la dignità umana. I discepoli di Gesù non possono considerare estraneo il grido di coloro che gridano nel cuore della notte».

2. «Cara Blessing, anche se oggi non siete qui, la vostra voce è con noi. Grazie per aver condiviso con noi la vostra storia. Il vostro nome significa “benedizione” e ci ricorda che ogni vita umana è una benedizione di Dio. Nessuno può acquistarla, venderla, usarla o scartarla, perché in ogni persona risplende l’immagine e la somiglianza del Creatore (cfr. Gn 1,27). Ci ha raccontato che ha lasciato il suo Paese non perché lo volesse, ma perché non aveva altra scelta. Nelle sue parole sentiamo il dramma di tante persone costrette a partire perché la povertà, la guerra, le minacce o lo sfruttamento hanno loro precluso ogni via d’uscita.

Vorrei che questo messaggio giungesse a Lei e a tutte le donne vittime della tratta e dello sfruttamento: »Se altri hanno attribuito un prezzo al Suo corpo, Dio non ha mai smesso di considerarla una persona di inestimabile valore».

3. «Questo dramma deve diventare un'occasione di esame di coscienza: per i Paesi d’origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per i Paesi di transito, chiamati a proteggere i più deboli e a non lasciarli nelle mani delle reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a vedere il Mediterraneo e l’Atlantico trasformarsi in cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante».


Sig. Ramiro Pellitero Iglesias, professore emerito di Teologia pastorale presso la Facoltà di Teologia dell’Università di Navarra.

Pubblicato in Chiesa e nuova evangelizzazione.


Santa Maria Regina: la Vergine, nostra Madre e Madre del Re dei re

Maria era una giovane donna semplice di Nazaret, lontana dai grandi centri di potere del suo tempo. Tuttavia, Dio posò lo sguardo su di lei per affidarle una missione straordinaria: essere la Madre di Suo Figlio, Santa Maria Regina.

Il Vangelo di san Luca ci conduce proprio a quel momento. L’angelo Gabriele si presenta davanti a Maria e le annuncia che concepirà Gesù, che «sarà chiamato Figlio dell’Altissimo» e il cui Regno non avrà fine. Maria, pur non comprendendo appieno ciò che accadrà, risponde riponendo piena fiducia in Dio: «Ecco la serva del Signore, si compia in me secondo la vostra parola».

Quella giovane che si presenta come schiava è la stessa che la Chiesa contempla e venera come Regina dell’Universo, del Cielo e, naturalmente, del Mondo.

Perché la Vergine Maria è Regina?

La risposta è strettamente legata a Gesù Cristo. Maria è Regina perché è la Madre di Gesù, Re dell’Universo.

La festa di Santa Maria Regina fu istituita da papa Pio XII nel 1954 per venerare la Vergine come Regina, analogamente a quanto la Chiesa riconosce suo Figlio come Cristo Re.

La maternità divina di Maria è, pertanto, all’origine di questa dignità. Come spiegava san Josemaría, da essa derivano anche le grazie e i privilegi con cui Dio ha voluto adornarla: è stata concepita Immacolata, è piena di grazia ed è stata assunta in corpo e anima al Cielo e incoronata Regina di tutto il creato.

Ma per comprendere cosa significhi realmente chiamare La Vergine Maria regna, dobbiamo allontanarci dalla nostra concezione tradizionale della regalità.

Una regina al servizio degli altri

Quando pensiamo a un re o a una regina, ci vengono in mente il potere, la ricchezza o i privilegi. La regalità di Cristo e di Maria segue una logica completamente diversa.

La fonte ricorda un insegnamento di Benedetto XVI: la regalità di Gesù è intessuta di umiltà, servizio e amore. Essere re, dal punto di vista cristiano, significa innanzitutto servire, aiutare e amare. E proprio questa stessa logica la ritroviamo in Maria.

Il suo potere non è rivolto a se stessa. Maria lo mette al servizio dei suoi figli. Per questo i cristiani possono rivolgersi a lei non solo come Regina, ma anche come Madre. Due titoli che, lungi dal contraddirsi, spiegano il rapporto unico della Vergine con ogni cristiano.

San Josemaría invitava a viverlo con profonda fiducia filiale: «Siate certi: noi abbiamo come Madre la Madre di Dio, la Santissima Vergine Maria, Regina del Cielo e del Mondo» (Fucina, 273).

Coronación de Santa María Reina, Velazquez
L’incoronazione di Santa Maria Regina, Velázquez.

Maria, Regina che intercede per i propri figli

Riconoscere Maria come Regina significa anche affidarsi alla sua intercessione. Il Vangelo mostra come la Vergine conduca sempre verso suo Figlio.

San Josemaría ricordava l’episodio delle nozze di Cana; di fronte al bisogno di quegli sposi, Maria interviene e Cristo compie il miracolo. Di conseguenza, i discepoli credono in Lui.

Maria non prende il posto di Cristo: ci avvicina a Lui. Questa certezza ci permette di rivolgerci a lei nei momenti di difficoltà, quando la fede vacilla o anche quando mancano le parole per pregare. San Josemaría consigliava di invocarla con semplicità e fiducia, chiedendo la sua intercessione per poter sperimentare nuovamente la vicinanza di Dio.

«Siate pieni di fiducia: noi abbiamo come Madre la Madre di Dio, la Santissima Vergine Maria, Regina del Cielo e del Mondo» (Fucina, 273).

Santa Maria, Regina della pace

Tra i titoli con cui la Chiesa invoca la Vergine ve n’è uno particolarmente significativo: Regina della pace, Regina pacis.

San Josemaría raccomandava di rivolgersi a lei quando l'inquietudine si insinua nel cuore, ma anche di fronte alle difficoltà familiari, professionali o sociali.

La devozione a Santa Maria Regina assume così una dimensione molto concreta. Non si tratta solo di contemplare Maria incoronata in Cielo, ma di riconoscerla come Madre alla quale possiamo rivolgerci nelle circostanze quotidiane della nostra vita.

L’umiltà di Maria: «Si compia in me secondo la tua parola»

È particolarmente bello che il Vangelo scelto per la festa di Santa Maria Regina sia quello dell’Annunciazione. Non vediamo Maria seduta su un trono. La vediamo a Nazareth, mentre ascolta Dio.

Colui che verrà riconosciuta come Regina risponde presentandosi come «schiava del Signore». Ed è proprio qui che troviamo una delle chiavi per comprenderne la grandezza.

Maria si apre a Dio, ripone in Lui la propria fiducia e accetta i Suoi disegni anche quando non riesce a comprenderli appieno. La sua risposta – «Si compia in me secondo la tua parola» – dimostra una fiducia radicale che può essere di esempio per ogni cristiano.

La sua vita ci ricorda che Dio può manifestarsi nella semplicità e nell’umiltà della vita quotidiana.

Una festa in onore della nostra Madre

Rendere omaggio a Santa Maria Regina, 22 agosto Si tratta, quindi, di ben più che ricordare uno dei titoli della Vergine.

Significa contemplare Maria come Madre di Cristo e nostra Madre; come Regina che serve, ama e intercede; e come esempio di una vita interamente aperta alla volontà di Dio.

San Josemaría invitava a partecipare a questa festa con la fiducia di un figlio: «È giusto che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo incoronino la Vergine come Regina e Signora di tutto il creato. —Approfittate di quel potere! E, con audacia filiale, unitevi a quella festa del Cielo. —Io, alla Madre di Dio e mia Madre, la incorono con le mie miserie purificate, poiché non possiedo né pietre preziose né virtù. —Coraggio!» (Forja, 285).

Questo 22 agosto, possiamo fare nostro questo invito e rivolgerci a Maria con fiducia, esponendole le nostre necessità, le nostre gioie e anche le nostre difficoltà. Perché la Regina del Cielo è, prima di tutto, la nostra Madre.

Giovanni Paolo II su Maria in un’udienza generale

«La devozione popolare invoca Maria come Regina. Il Concilio Vaticano II, dopo aver ricordato l’Assunzione della Vergine “con corpo e anima alla gloria del cielo", spiega che ella è stata “innalzata dal Signore come Regina dell’universo, per essere resa più pienamente conforme al suo Figlio, Signore dei signori (cfr. Ap 19, 16) e vincitore del peccato e della morte" (Lumen gentium , 59)».

Pertanto, i cristiani rivolgono con fiducia lo sguardo a Maria Regina, e ciò non solo non sminuisce, ma, al contrario, esalta il loro abbandono filiale in colei che è Madre nell’ordine della grazia.

«Inoltre, l’intercessione di Santa Maria Regina a favore degli uomini può essere pienamente efficace proprio in virtù dello stato glorioso che segue l’Assunzione. Ciò viene sottolineato molto bene da San Germano di Costantinopoli, il quale ritiene che tale stato garantisca l’intima relazione di Maria con suo Figlio e renda possibile la sua intercessione a nostro favore.

Rivolgendosi a Maria, aggiunge: Cristo ha voluto “avere, per così dire, la vicinanza delle vostre labbra e del vostro cuore; in questo modo, esaudisce tutti i desideri che gli esprimete quando soffrite per i vostri figli, ed Egli fa, con la sua potenza divina, tutto ciò che gli chiedete" ( Omelia 1)».

«Si può concludere che l’Assunzione non solo favorisce la piena comunione di Maria con Cristo, ma anche con ciascuno di noi: ella è al nostro fianco, poiché il suo stato glorioso le consente di seguirci nel nostro quotidiano cammino terreno. Leggiamo inoltre in San Germano: “Voi dimorate spiritualmente con noi, e la grandezza della vostra sollecitudine per noi manifesta la vostra comunione di vita con noi" ( Omelia 1).

»Anziché creare una distanza tra noi e la Vergine, lo stato glorioso di Maria suscita una vicinanza continua e premurosa. Ella conosce tutto ciò che accade nella nostra esistenza e ci sostiene con amore materno nelle prove della vita». Giovanni Paolo II, discorso pronunciato durante l’udienza generale del 23 luglio 1997.

Dal Rosario di san Josemaría

«Siete tutta bella, e non c’è in voi alcuna macchia. — Siete un giardino chiuso, sorella mia, Sposa, giardino chiuso, fonte sigillata. — Veni: coronaberis. —Venga: sarete incoronata (Ct 4, 7, 12 e 8).

Se io e lei avessimo avuto il potere, l’avremmo nominata anche Regina e Signora di tutto il creato.

Nel cielo apparve un grande segno: una donna con una corona di dodici stelle sul capo. —Avvolta dal sole. —La luna ai suoi piedi ( Ap 12, 1). Maria, Vergine senza macchia, ha riparato alla caduta di Eva: e con il suo piede immacolato ha calpestato la testa del drago infernale. Figlia di Dio, Madre di Dio, Sposa di Dio.

Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo la incoronano come Imperatrice dell’Universo.

»E gli rendono omaggio come vassalli gli Angeli..., i patriarchi, i profeti e gli Apostoli..., i martiri, i confessori, le vergini e tutti i santi..., tutti i peccatori, voi e io» (San Josemaría. Santo Rosario, 5° mistero glorioso).


Bibliografia:


La formazione liturgica: imparare a vivere la Messa come un incontro con Cristo

Molti cattolici partecipano alla Messa ogni domenica, ma pochi si sono mai chiesti quale sia il vero significato di ogni gesto, di ogni silenzio o di ogni parola. Comprendere tali significati non è un privilegio riservato ai sacerdoti o agli specialisti che hanno una formazione liturgica.

Il Lo scopo della liturgia cattolica, il cui centro è la celebrazione dei sacramenti e in particolare dell'Eucaristia, è la comunione dei cristiani con il corpo e il sangue di Cristo.. È l'incontro di ogni individuo e della comunità cristiana come un corpo e una famiglia con il Signore.

Incontrare Cristo nella liturgia

La liturgia, sottolinea il Papa, garantisce la possibilità di incontrare Gesù Cristo nell“”oggi» della nostra vita, per trasformare tutte le nostre attività – il lavoro, i rapporti familiari, l’impegno a migliorare la società e ad aiutare chi ha bisogno di noi – in luce e forza divine.

Questo è ciò che Cristo ha voluto durante la sua Ultima Cena. Questo è il significato delle sue parole: «Fate questo in memoria di me». Da allora ci attende nella Eucaristia. Y La missione evangelizzatrice della Chiesa non è altro che la chiamata all'incontro che Dio desidera con tutte le persone del mondo., un incontro che ha inizio con il Battesimo.

In diverse occasioni, definisce progressivamente gli obiettivi di questo documento: "Con questa lettera vorrei semplicemente invitare tutta la Chiesa a riscoprire, custodire e vivere la verità e la forza della celebrazione cristiana". (n. 16); «riscoprire ogni giorno la bellezza della verità della celebrazione cristiana» (prima del n. 20);

«…ravvivare lo stupore per la bellezza della verità della celebrazione cristiana; ricordando la necessità di un'autentica formazione liturgica e riconoscendo l'importanza di un'arte della celebrazione essere al servizio della verità del mistero pasquale e della partecipazione di tutti i battezzati, ciascuno secondo la specificità della propria vocazione". (n. 62). Lettera apostolica Desiderio desideravi (29 giugno 2022), di Papa Francesco.

Ignoranza della liturgia

Uno dei maggiori rischi per la vita cristiana è quello di vivere la liturgia in modo superficiale, come un insieme di riti che si ripetono senza comprenderne il vero significato. Lo è anche pensare che la fede dipenda esclusivamente dall’esperienza personale o dallo sforzo umano, dimenticando che la salvezza è, innanzitutto, un dono gratuito di Dio.

La liturgia ci ricorda proprio questa verità. In ogni celebrazione non agiamo in modo isolato, ma come membri della Chiesa riuniti attorno a Cristo. Attraverso la Parola di Dio e i sacramenti, il Signore viene incontro a noi e ci comunica la sua grazia.

Per questo motivo, partecipare pienamente alla liturgia non significa solo conoscere meglio i riti, ma lasciarsi trasformare dall’azione di Dio. La santità non nasce esclusivamente dalle nostre forze, ma dalla libera risposta alla grazia che riceviamo in ogni celebrazione.

La bellezza della liturgia nasce dall’incontro con Cristo

La liturgia occupa un posto centrale nella vita della Chiesa perché è il momento in cui Cristo continua ad agire e a rendersi presente attraverso la Parola, i sacramenti e la comunità riunita per celebrare la fede. In ogni Eucaristia partecipiamo al mistero pasquale della sua morte e risurrezione, fonte della vita cristiana.

Per questo motivo, curare la celebrazione liturgica va ben oltre il semplice rispetto dei riti o il semplice impegno affinché tutto si svolga senza intoppi. La vera bellezza della liturgia non dipende solo dalla solennità dei gesti o dalla qualità della musica, ma dalla consapevolezza con cui i fedeli partecipano al mistero che celebrano.

Una solida formazione liturgica ci aiuta proprio a scoprire quel significato profondo. Ci insegna a comprendere i segni, i silenzi, le parole e i tempi liturgici, per vivere ogni celebrazione come un autentico incontro con Cristo e non come una semplice consuetudine.

Il Concilio Vaticano II ha voluto restituire alla liturgia il posto che le spetta nella vita della Chiesa, ricordando che in essa è Dio a prendere l’iniziativa e ad andare incontro al proprio popolo. Come affermava san Paolo VI, la liturgia è «la prima fonte della vita divina che ci viene comunicata», e rappresenta una vera e propria scuola di vita spirituale.

Formación litúrgica

La liturgia, cuore della vita della Chiesa

La liturgia non è un atto privato né un’esperienza esclusivamente personale. Ogni celebrazione riunisce il popolo di Dio attorno a Cristo e rende visibile la comunione della Chiesa. Per questo il Concilio Vaticano II la definisce come «il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui scaturisce tutta la sua forza» (Sacrosanctum concilium, 10).

Quando partecipiamo all’Eucaristia o a qualsiasi altro sacramento, non viviamo la fede in modo isolato. Facciamo parte di una comunità unita dallo stesso battesimo e chiamata a camminare insieme verso Dio.

Questa dimensione comunitaria ci aiuta a superare una visione individualista della fede. La liturgia ci ricorda che siamo membri di un unico Corpo e che Cristo opera in mezzo alla sua Chiesa, alimentando la nostra vita spirituale e rafforzando la comunione tra tutti i fedeli.

Per questo motivo, una buona formazione liturgica non solo ci permette di comprendere meglio i segni e i riti, ma anche di scoprire che ogni celebrazione ci unisce a tutta la Chiesa e ci spinge a vivere il Vangelo nella vita quotidiana.

Formarsi per vivere la liturgia

La formazione liturgica non consiste solo nell’apprendere il significato dei riti o nel conoscere meglio i testi della Messa. Il suo vero obiettivo è aiutare a scoprire che, in ogni celebrazione, è Cristo che agisce e riunisce tutta la Chiesa attorno a Sé.

Per questo motivo, formarsi alla liturgia significa conoscere il significato dei sacramenti, comprendere il senso dei gesti, delle parole e dei tempi liturgici, e coltivare una vita di preghiera che consenta di partecipare in modo consapevole e attivo a ogni celebrazione.

Allo stesso tempo, è la liturgia stessa a formarci. Ogni Eucaristia, ogni sacramento e ogni celebrazione dell’anno liturgico rafforzano la nostra fede e ci aiutano a modellare la nostra vita su quella di Cristo. Non si tratta solo di partecipare a dei riti, ma di lasciare che la grazia trasformi il nostro modo di pensare, di amare e di servire il prossimo.

I segni liturgici svolgono un ruolo fondamentale in questo percorso. Il silenzio dispone il cuore all’ascolto di Dio; la proclamazione della Parola illumina la vita del credente; i gesti del corpo, come alzarsi, sedersi, rispondere o inginocchiarsi, esprimono con semplicità la fede di tutta la comunità. Questi segni non sono semplici usanze, ma un linguaggio che aiuta a vivere il mistero che celebriamo.

La famiglia, la parrocchia e la catechesi svolgono un ruolo decisivo nella trasmissione di questo linguaggio fin dall’infanzia. Imparare a fare il segno della croce, partecipare alla Messa domenicale o scoprire il significato dell’anno liturgico sono semplici passi che aiutano a crescere nella vita cristiana e a partecipare in modo più profondo alla liturgia della Chiesa.

Il ruolo dei sacerdoti nella formazione liturgica

I sacerdoti svolgono una missione fondamentale nell’aiutare i fedeli a vivere la liturgia in modo profondo. Il loro compito non consiste solo nel presiedere le celebrazioni, ma anche nell’accompagnare la comunità affinché comprenda e partecipi pienamente al mistero che viene celebrato.

Celebrare bene la liturgia significa farlo con fedeltà alla Chiesa, prestando attenzione a ogni gesto, a ogni parola e a ogni segno, senza trasformare la celebrazione in un atto di routine né in un’espressione di protagonismo personale. Quando la liturgia viene vissuta con semplicità, bellezza e raccoglimento, facilita l’incontro con Cristo.

Questo modo di celebrare nasce, innanzitutto, dalla vita spirituale del sacerdote. La preghiera, il rapporto personale con Dio e una solida formazione liturgica lo aiutano a esercitare il proprio ministero con umiltà e a porre sempre Cristo al centro della celebrazione.

Per questo motivo, la formazione liturgica riveste un ruolo essenziale nella preparazione dei futuri sacerdoti. Conoscere il significato profondo della liturgia e imparare a celebrarla con fedeltà e amore consentirà loro, in futuro, di guidare le comunità cristiane e di aiutare molti fedeli a vivere una partecipazione sempre più consapevole e fruttuosa ai sacramenti.


Fonti per approfondire

Il presente articolo raccoglie e adatta i principali insegnamenti della Chiesa in materia di formazione liturgica, traendo ispirazione in particolare dalla riflessione di Romano Guardini, la cui opera ha profondamente influenzato il rinnovamento liturgico del XX secolo, nonché il recente magistero della Chiesa.

Tra le principali referenze figurano:

Il presente articolo si basa sul lavoro del signor Ramiro Pellitero Iglesias, docente di Teologia pastorale presso la Facoltà di Teologia dell’Università di Navarra, adattato e aggiornato per i lettori della Fondazione CARF.



San Massimiliano Kolbe: il sacerdote che ha sacrificato la propria vita ad Auschwitz

Ci sono vite che sembrano destinate a dimostrare che il Vangelo può essere vissuto fino alle estreme conseguenze. Quella di San Massimiliano Maria Kolbe è una di queste.

Sacerdote francescano conventuale, grande apostolo della Vergine Maria, missionario, giornalista e martire della carità, è passato alla storia per aver offerto volontariamente la propria vita per salvare quella di un altro prigioniero nel campo di concentramento di Auschwitz durante la La Seconda Guerra Mondiale. Il suo gesto rimane una delle più grandi testimonianze di amore cristiano del XX secolo.

Ma ridurre la sua figura esclusivamente a quell’ultimo atto eroico significherebbe limitarsi a una piccola parte di una vita straordinaria.

Chi era san Massimiliano Kolbe?

San Massimiliano Maria Kolbe nacque il 8 gennaio 1894 a Zduńska Wola (Polonia) con il nome di Raimundo Kolbe. Fin da bambino si è distinto per la sua profonda sensibilità religiosa.

Una tradizione profondamente radicata nella sua biografia narra che, quando era ancora un ragazzo, ebbe un’esperienza spirituale in cui la Vergine Maria gli mostrò due corone: una bianca, simbolo di purezza, e un’altra rossa, simbolo di martirio. Quando gli fu chiesto quale delle due scegliesse, egli rispose: «Le due». Anni dopo, quella risposta avrebbe assunto un significato profetico.

È entrato molto giovane nella Ordine dei Frati Minori Conventuali e assunse il nome di Massimiliano Maria, a testimonianza della sua profonda devozione alla Vergine.

Un devoto dell’Immacolata

Parlare di san Massimiliano Kolbe significa parlare di una fiducia assoluta in Maria Immacolata.

Durante i suoi studi a Roma fondò nel 1917 la Milizia dell'Immacolata, un movimento evangelizzatore il cui obiettivo era avvicinare tutte le persone a Cristo attraverso la Vergine. Per lui, Maria non era mai il fine, bensì la via più sicura per incontrare Gesù Cristo.

La sua spiritualità era profondamente influenzata da tre convinzioni:

Queste idee hanno caratterizzato tutta la sua attività sacerdotale.

Un pioniere dell’evangelizzazione nei mezzi di comunicazione

Già decenni prima dell’avvento di Internet e dei social media, san Massimiliano aveva compreso che la comunicazione sarebbe stata uno strumento determinante per l’annuncio del Vangelo.

Ha fondato la rivista Il Cavaliere dell'Immacolata, ha dato vita a una grande casa editrice cattolica e ha trasformato il convento di Niepokalanów in uno dei maggiori centri editoriali religiosi d’Europa. Da lì stampava centinaia di migliaia di copie ogni mese e ricorreva persino alla radio per diffondere il messaggio cristiano.

La Seconda Guerra Mondiale e Auschwitz

Quando la Germania invase Polonia Nel 1939, il convento di Niepokalanów aprì le proprie porte per accogliere migliaia di profughi, tra cui numerosi ebrei.

Massimiliano si rifiutò di abbandonare la propria comunità e continuò a esercitare il proprio ministero sacerdotale fino a quando, nel 1941, fu arrestato dalle autorità naziste e deportato nel campo di concentramento di Auschwitz.

Lì continuò a svolgere il suo ministero sacerdotale: confessava, consolava e infondeva forza spirituale agli altri prigionieri in condizioni disumane.

Bloque en el que fallece San Maximiliano Kolbe
L'isolato in cui morì San Massimiliano Kolbe

Un martire della carità

Nel luglio del 1941 un prigioniero riuscì a fuggire da Auschwitz. Per rappresaglia, i nazisti selezionarono dieci uomini destinati a morire di fame. Uno di loro scoppiò in lacrime al pensiero della moglie e dei figli.

Fu allora che si verificò uno dei gesti più commoventi della storia contemporanea. San Massimiliano fece un passo avanti e chiese di prendere il posto del condannato. Si identificò come sacerdote cattolico e la sua richiesta fu accolta.

Per due settimane ha sostenuto gli altri prigionieri del bunker con preghiere, inni e parole di speranza, finché alla fine è venuto a mancare il 14 agosto 1941, dopo aver ricevuto un'iniezione letale.

Il suo sacrificio incarna in modo straordinario le parole di Gesù: «Nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per i propri amici» (Gv 15,13).

Canonizzazione di san Massimiliano Kolbe

San Paolo VI lo beatificò nel 1971. Successivamente, San Giovanni Paolo II è stato canonizzato da 10 ottobre 1982, proclamandolo martire della carità, un’espressione che riassume perfettamente il senso di tutta la sua vita: amare fino all’estremo.

Lo definì «un santo del nostro difficile secolo». Il sergente dell’esercito e membro della resistenza ebraica in Polonia, Franciszek Gajowniczek (1901-1995), ribadì fino alla fine della sua vita che era stato grazie a lui a non diventare una delle vittime dell’Olocausto.

¿Cosa può insegnarci oggi san Massimiliano Kolbe? Il suo messaggio è ancora di grande attualità.

  1. La santità si costruisce attraverso le piccole decisioni. Prima dell’eroismo di Auschwitz ci furono anni di fedeltà quotidiana: preghiera, studio, lavoro, servizio e fiducia in Dio.
  2. L'evangelizzazione richiede creatività. Kolbe comprese che la comunicazione rappresentava un ambito privilegiato per annunciare il Vangelo. Oggi questa sfida continua nel mondo digitale.
  3. Maria conduce sempre a Cristo. La sua intensa devozione mariana non è mai stata un semplice sentimentalismo, bensì un modo concreto di vivere appieno il Vangelo.
  4. L'amore è più forte dell'odio. Nel luogo in cui il male sembrava aver trionfato, egli ha risposto con una dedizione totale. La sua vita dimostra che l’amore cristiano può trasformare anche le situazioni più buie.

La figura di san Massimiliano Kolbe ci ricorda l’immensa missione del sacerdozio: portare speranza là dove sembra non essercene.

Il suo esempio continua a ispirare seminaristi, sacerdoti diocesani e religiosi di tutto il mondo a vivere il proprio ministero con dedizione, coraggio e profonda unione con Cristo.

Nel Fondazione CARF Sappiamo che la formazione integrale – umana, spirituale e accademica – dei futuri sacerdoti rappresenta un investimento per tutta la Chiesa. I sacerdoti ben formati possono diventare, come san Massimiliano, strumenti di speranza per migliaia di persone, ovunque Dio li chiami.

San Massimiliano Kolbe nell’enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV

La testimonianza di san Massimiliano Kolbe continua a illuminare la Chiesa anche ai nostri giorni. Nella sua prima enciclica, Magnifica humanitas (2026), papa Leone XIV lo cita tra i «martiri della fratellanza e della giustizia», insieme a san Óscar Romero e al beato Enrique Angelelli. Il Pontefice presenta questi santi come uomini che, anche in condizioni disumane, hanno saputo difendere la dignità di ogni persona con la forza del Vangelo.

Il riferimento non è casuale. In un documento dedicato alla riflessione sulla dignità umana e sulle sfide del nostro tempo, Leone XIV propone san Massimiliano Kolbe come esempio del fatto che la vera grandezza dell’essere umano non risiede né nel potere né nella tecnologia, bensì nella capacità di donarsi per amore. La sua vita ci ricorda che la fraternità cristiana raggiunge la sua massima espressione quando siamo capaci di dare la vita per gli altri, seguendo l’esempio di Cristo.

Carta Encíclica de Su Santidad León XIV Magnifica Humanitas
Firma della lettera enciclica di Sua Santità Leone XIV, Magnifica Humanitas.

Preghiera a San Massimiliano Kolbe

San Massimiliano Maria Kolbe,
fedele sacerdote e martire della carità,
insegnateci ad amare senza limiti,
ad affidarsi pienamente alla Vergine Maria
e a mettere la nostra vita al servizio degli altri.
Che, seguendo il Suo esempio,
sappiamo rispondere al male con il bene
e annunciare Cristo con coraggio.
Amen.

Preghiera n. 1 per ottenere un favore

O Signore Gesù Cristo, che avete detto: "Nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per i propri amici", per intercessione di San Massimiliano Kolbe, la cui vita è un esempio di tale amore, vi supplichiamo di esaudire le nostre richieste...

(inviate la richiesta qui)

Attraverso il movimento della Milizia dell’Immacolata, fondato da Massimiliano, diffuse in tutto il mondo una fervida devozione alla Madonna. Egli ha dato la vita per un perfetto sconosciuto e ha amato i propri persecutori, offrendoci così un esempio di amore disinteressato per tutti gli uomini, un amore che traeva ispirazione da una vera devozione a Maria.

Concedeteci, o Signore Gesù, di poterci anch’noi dedicare interamente e senza riserve all’amore e al servizio della nostra Regina del Cielo, per amare e servire meglio il nostro prossimo, sull’esempio del vostro umile servitore San Massimiliano. Amen.

Recitare tre Ave Maria e un Gloria.
__________

Preghiera n. 2 per ottenere un favore

Oh, San Massimiliano Maria! Fedele seguace del Poverello di Assisi,
Voi che, infiammato dall’amore di Dio, avete trascorso la vostra vita nella pratica assidua delle virtù eroiche e nelle opere sante dell’apostolato, rivolgete il vostro sguardo a noi, vostri devoti, che confidiamo nella vostra intercessione.

Voi che, illuminati dalla luce della Vergine Immacolata, avete attirato innumerevoli anime verso gli ideali di santità, chiamandole a ogni forma di apostolato per il trionfo del bene e la diffusione del Regno di Dio, concedeteci la luce e la forza di compiere il bene, attirando molte anime all’amore di Cristo.

Voi che, imitando perfettamente il divino Salvatore, avete raggiunto un grado così elevato di carità da offrire, come sublime testimonianza d’amore,
La tua vita, offerta per salvare quella di un fratello prigioniero, intercedi presso il Signore affinché ci conceda la grazia che ti chiediamo con fiducia:

(inviate la richiesta qui)

E, animati dallo stesso ardore di carità, possiamo anche noi, con la fede e le opere, rendere testimonianza a Cristo davanti ai nostri fratelli, per giungere, insieme a Lei, al possesso beatificante di Dio
nella luce della gloria eterna. Amen.



Sant’Ignazio di Loyola: il santo che insegnò a discernere la voce di Dio

Il 31 luglio la Chiesa celebra san Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù e uno dei grandi maestri della vita spirituale. La sua eredità va ben oltre la fondazione di un ordine religioso: ha lasciato alla Chiesa una pedagogia che insegna a scoprire la volontà di Dio nel contesto della vita quotidiana.

In un mondo pieno di rumore, decisioni difficili e incertezze, il discernimento ignaziano continua a rappresentare una scuola di libertà interiore. Non è un metodo per indovinare il futuro né una tecnica per risolvere i problemi, bensì un percorso di preghiera che aiuta a riconoscere come Dio agisce nel cuore di ogni persona.

Chi era Sant'Ignazio di Loyola?

Sant'Ignazio di Loyola nacque nel 1491 a Loyola. Durante la sua giovinezza sognava la gloria militare e la vita di corte. Tutto cambiò nel 1521, quando una palla di cannone lo ferì gravemente durante la difesa di Pamplona.

La lunga convalescenza segnò un prima e un dopo nella sua vita. Non avendo romanzi cavallereschi con cui intrattenersi, iniziò a leggere la vita di Cristo e alcune biografie dei santi che gli capitavano tra le mani. Quelle letture suscitarono in lui una domanda fondamentale: perché alcuni pensieri gli procuravano una gioia profonda e altri solo una soddisfazione passeggera?

Senza rendermene conto, stavo intraprendendo il percorso che avrebbe dato origine al discernimento spirituale che in seguito avrei concretizzato nei Esercizi spirituali.

Che cos’è il discernimento secondo sant’Ignazio?

Il termine «discernimento» può sembrare complesso, ma sant’Ignazio lo intendeva in modo molto concreto: imparare a distinguere i moti interiori che avvicinano a Dio da quelli che allontanano da Lui.

Durante il suo periodo di convalescenza scoprì che immaginare imprese militari gli procurava una soddisfazione passeggera, mentre contemplare la vita di Cristo o l’esempio dei santi gli infondeva una pace duratura. Tale esperienza divenne il punto di partenza di tutto il suo insegnamento spirituale.

Anni dopo, Papa Francesco ha illustrato proprio questo episodio per mostrare come Ignazio abbia imparato a riconoscere la differenza tra la gioia passeggera e la consolazione autentica, che permane e orienta l’intera vita verso Dio.

Audiencia general del papa Francisco en la Plaza de San Pedrod
Udienza generale di Papa Francesco in Piazza San Pietro.

La consolazione e la desolazione: due elementi fondamentali della spiritualità ignaziana

Uno dei contributi più noti di sant’Ignazio è la distinzione tra consolazione e desolazione spirituale. La consolazione non consiste semplicemente nel sentirsi bene. È un’esperienza interiore che rafforza la fede, accresce la speranza, spinge ad amare di più e avvicina a Dio anche in mezzo alle difficoltà.

La desolazione, al contrario, si manifesta come oscurità interiore, scoraggiamento, perdita di speranza o allontanamento dalla preghiera. Sant’Ignazio osservò che entrambi questi stati fanno parte del cammino spirituale. L’importante non è evitarli, ma imparare a riconoscerli per poter prendere decisioni libere e orientate verso il bene.

Esercizi spirituali: una scuola per scoprire la volontà di Dio

Il risultato più noto dell’esperienza di sant’Ignazio sono i Esercizi spirituali, un’opera che da quasi cinque secoli aiuta milioni di persone ad approfondire il proprio rapporto con Cristo. Non si tratta semplicemente di un libro da leggere. Si tratta di un itinerario di preghiera, silenzio, esame di coscienza e contemplazione del Vangelo, volto a orientare la propria vita secondo la volontà di Dio.

L'obiettivo finale è imparare a rispondere con libertà alla domanda che ogni cristiano si pone prima o poi: «Signore, cosa vuoi da me?».

Il discernimento e la vocazione

Ogni vocazione nasce da una chiamata di Dio, ma richiede anche un cuore disposto ad ascoltare. Per questo motivo il discernimento riveste un ruolo essenziale nella formazione di coloro che sentono la chiamata al sacerdozio, alla vita consacrata, al matrimonio o a qualsiasi forma di dedizione cristiana.

Per ascoltare la voce di Dio sono necessari il silenzio, la preghiera, l’accompagnamento spirituale e una solida formazione che consenta di distinguere tra i propri desideri, le pressioni esterne e l’azione dello Spirito Santo.

Sant’Ignazio comprese che le decisioni importanti non possono essere prese solo sulla base dell’emozione del momento. Esse richiedono una libertà interiore che solo Dio può concedere.

Un insegnamento di grande attualità per la formazione sacerdotale

La spiritualità ignaziana continua a rivestire un valore particolare per la formazione dei sacerdoti e dei seminaristi. Un buon pastore non deve limitarsi a conoscere la dottrina della Chiesa. Deve anche imparare ad ascoltare, ad accompagnare e ad aiutare gli altri a scoprire la volontà di Dio nelle loro vite.

Proprio per questo la formazione umana, spirituale, intellettuale e pastorale riveste un’importanza così grande. La Chiesa ha bisogno di sacerdoti capaci di discernere e di insegnare a discernere.

Questo è anche uno degli scopi fondamentali della Fondazione CARF: contribuire affinché i seminaristi, i sacerdoti diocesani e i religiosi di tutto il mondo ricevano una formazione integrale che consenta loro di servire al meglio la Chiesa e le persone che Dio pone sul loro cammino.

Trovare Dio in ogni cosa

Forse la frase che meglio riassume la spiritualità di sant’Ignazio è una delle più note della tradizione ignaziana: trovare Dio in tutte le cose. Ciò non significa che tutto sia uguale o che qualsiasi decisione conduca automaticamente a Dio. Significa imparare a scoprire la Sua presenza nel lavoro, nella famiglia, nello studio, nel servizio agli altri e anche nelle difficoltà.

Questo sguardo trasforma la vita quotidiana in un luogo di incontro con Cristo e rende ogni giornata una nuova opportunità per rispondere alla Sua chiamata.

Iglesia de San Ignacio de Loyola
Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola a Roma.

Sant’Ignazio continua a insegnarci ad ascoltare Dio

A più di cinque secoli dalla sua conversione, sant’Ignazio di Loyola continua ad aiutare milioni di cristiani a prendere decisioni con libertà, serenità e fiducia. La sua eredità ci ricorda che Dio continua a parlare al cuore dell’uomo. Ma per ascoltare la Sua voce occorrono silenzio, preghiera, formazione e il sincero desiderio di cercare la verità.

In una società piena di stimoli e di frenesia, il discernimento ignaziano continua a rappresentare un invito a fermarsi, a guardarsi dentro e a chiedersi con umiltà: «Signore, cosa vuoi da me?». È una domanda che può cambiare una vita. Come ha cambiato per sempre quella di quel soldato ferito che finì per diventare uno dei grandi santi della Chiesa.

Che cos’è il discernimento? Le parole di Papa Francesco sul discernimento.

Cari fratelli e sorelle:

Oggi iniziamo un nuovo ciclo di catechesi: abbiamo concluso la catechesi sulla terza età, ora diamo il via a un nuovo ciclo dedicato al tema del discernimento.

Il discernimento è un atto importante che riguarda tutti, poiché le scelte costituiscono una parte essenziale della vita. Discernere le decisioni. Si sceglie il cibo, l’abbigliamento, un percorso di studi, un lavoro, una relazione. In tutte queste scelte si realizza un progetto di vita e si concretizza anche il nostro rapporto con Dio.

Nel Vangelo, Gesù parla del discernimento ricorrendo a immagini tratte dalla vita quotidiana; ad esempio, descrive il pescatore che seleziona i pesci buoni e scarta quelli cattivi; oppure il mercante che sa individuare, tra tante perle, quella di maggior valore. O ancora colui che, arando un campo, trova qualcosa che si rivela essere un tesoro (cfr. Mt 13,44-48).

Alla luce di questi esempi, il discernimento si presenta come un esercizio di intelligenzae anche di abilità e anche di volontà, per cogliere l'attimo propizio: queste sono le condizioni per compiere una buona scelta. Per compiere una buona scelta occorrono intelligenza, abilità e anche volontà. 

E vi è anche un costo necessario affinché il discernimento sia operativo. Per svolgere il proprio mestiere nel miglior modo possibile, il pescatore tiene conto della fatica, delle lunghe notti in mare e dello scarto di una parte delle catture, accettando una perdita di guadagno per il bene dei destinatari. Il commerciante di perle non esita a spendere tutto per acquistare quella perla; e lo stesso fa l’uomo che si è imbattuto in un tesoro. Situazioni inaspettate e impreviste in cui è indispensabile riconoscere l’importanza e l’urgenza di una decisione che occorre prendere. 

Ognuno deve prendere le proprie decisioni; non c’è nessuno che le prenda al posto nostro. In un determinato momento gli adulti, in piena libertà, possono chiedere consiglio, riflettere, ma la decisione spetta a loro; non si può dire: «Ho perso questa opportunità perché l’ha deciso mio marito, mia moglie, mio fratello»: no! Deve decidere lei, ognuno deve decidere, ed è per questo che è importante sapere discernere: per prendere le decisioni giuste, occorre saper discernere.

Il Vangelo suggerisce un altro aspetto importante del discernimento: coinvolge i sentimenti. Chi ha trovato il tesoro non ha alcuna difficoltà a vendere tutto, tanta è la sua gioia (cfr. Mt 13,44). 

Il termine utilizzato dall'evangelista Matteo indica una gioia davvero speciale, che nessuna realtà umana è in grado di donare; e, di fatto, ricompare solo in pochissimi altri passaggi del Vangelo, tutti riferiti all’incontro con Dio. 

È la gioia dei Magi quando, dopo un lungo e faticoso viaggio, rivedono la stella (cfr. Mt 2,10); è la gioia delle donne che tornano dal sepolcro vuoto dopo aver ascoltato l’annuncio della risurrezione da parte dell’angelo (cfr. Mt 28,8). È la gioia di coloro che hanno incontrato il Signore. Prendere una bella decisione, una decisione giusta, vi conduce sempre a quella gioia finale; forse lungo il cammino dovrete affrontare un po’ di incertezza, riflettere, cercare, ma alla fine la decisione giusta vi regalerà la gioia.

Nel Giudizio finale, Dio opererà il discernimento – il grande discernimento – nei nostri confronti. Le immagini del contadino, del pescatore e del mercante sono esempi di ciò che accade nel Regno dei Cieli, un Regno che si manifesta nelle azioni quotidiane della vita, le quali ci impongono di prendere posizione. 

Ecco perché è così importante saper discernere: le grandi scelte possono scaturire da circostanze che a prima vista sembrano secondarie, ma che si rivelano decisive. Pensiamo, ad esempio, al primo incontro di Andrea e Giovanni con Gesù, un incontro che nasce da una semplice domanda: «Rabbi, dove abiti?» — «Venite e vedrete» (cfr. Jn 1,38-39), dice Gesù. Uno scambio molto breve, ma è l’inizio di un cambiamento che, passo dopo passo, segnerà un’intera vita. Anni dopo, l’evangelista continuerà a ricordare quell’incontro che lo ha cambiato per sempre, ricordando anche l’ora: «Erano circa le quattro del pomeriggio» (v. 39). È l’ora in cui il tempo e l’eterno si sono incontrati nella sua vita. 

E in una decisione buona e giusta si incontrano la volontà di Dio e la nostra volontà; si incontrano il cammino presente e quello eterno. Prendere una decisione giusta, al termine di un percorso di discernimento, significa realizzare questo incontro: il tempo con l’eterno.

Pertanto: la conoscenza, l’esperienza, l’affetto, la volontà: sono alcuni elementi indispensabili del discernimento. Nel corso di queste catechesi ne vedremo altri, altrettanto importanti.

Il discernimento – come ho detto – implica un sforzo. Secondo la Bibbia, non ci troviamo di fronte, già pronta, alla vita che dobbiamo vivere: no! Dobbiamo decidere in ogni momento, in base alle realtà che si presentano. Dio ci invita a valutare e a scegliere: ci ha creati liberi e vuole che esercitiamo la nostra libertà. Pertanto, discernere significa arduo.

Ci è capitato spesso di vivere questa esperienza: scegliere qualcosa che ci sembrava positivo e che invece non lo era. Oppure sapere qual era il nostro vero bene e non sceglierlo. 

L’uomo, a differenza degli animali, può sbagliare, può non voler scegliere correttamente. La Bibbia lo dimostra fin dalle sue prime pagine. Dio impartisce all’uomo un’istruzione precisa: se volete vivere, se volete godervi la vita, ricordate che siete creature, che non siete voi il criterio del bene e del male, e che le scelte che farete avranno delle conseguenze, per voi, per gli altri e per il mondo (cfr. Gn 2,16-17); potete trasformare la terra in un magnifico giardino oppure in un deserto di morte. 

Un insegnamento fondamentale: non è un caso che si tratti del primo dialogo tra Dio e l’uomo. Il dialogo è il seguente: il Signore affida la missione, «tu devi fare questo e quello»; e l’uomo, ad ogni passo che compie, deve discernere quale decisione prendere. Il discernimento è quella riflessione della mente e del cuore che dobbiamo compiere prima di prendere una decisione.

Il discernimento è faticoso ma indispensabile per vivere. Richiede che io conosca me stesso, che sappia cosa è bene per me qui e ora. Soprattutto, richiede una rapporto filiale con Dio. Dio è Padre e non ci lascia soli; è sempre pronto a darci consigli, a incoraggiarci, ad accoglierci. 

Ma non impone mai la propria volontà. Perché? Perché vuole essere amato e non temuto. E anche Dio vuole che siamo figli e non schiavi: figli liberi. E l’amore può essere vissuto solo nella libertà. 

Per imparare a vivere bisogna imparare ad amare, e per farlo è necessario discernere: cosa posso fare ora, di fronte a questa scelta? Che ciò sia un segno di maggiore amore, di maggiore maturità nell’amore. 

Chiediamo che lo Spirito Santo ci guidi! Invociamolo ogni giorno, specialmente quando dobbiamo prendere delle decisioni. Grazie.

Perché il discernimento è fondamentale nella formazione di un sacerdote

Papa Francesco definiva il discernimento come un atto che riguarda ogni persona, poiché ogni vita è segnata da decisioni che ne plasmano il percorso. Non si tratta solo di scegliere tra il bene e il male, ma di riconoscere, con l’aiuto di Dio, quale sia la risposta più fedele alla chiamata che Egli rivolge a ciascuno. Discernere significa, in definitiva, imparare a leggere la propria vita alla luce dello Spirito Santo.

Questa capacità riveste particolare importanza nella formazione di un sacerdote. Prima di accompagnare gli altri nel loro cammino di fede, il seminarista deve imparare ad ascoltare la voce di Dio nella propria vita. La vocazione sacerdotale non nasce da un impulso passeggero né da un progetto personale, ma dall’incontro tra la libertà umana e l’iniziativa d’amore di Dio. Per questo richiede tempo, preghiera, silenzio e un accompagnamento spirituale che aiuti a interpretare ciò che accade nel cuore.

Il discernimento, spiega Papa Francesco, coinvolge l’intera persona: la memoria, l’intelligenza, la volontà e gli affetti. Conoscere se stessi è una condizione indispensabile per riconoscere come agisce il Signore ed evitare che il rumore, la fretta o i propri interessi ne occultino la voce.

In questo percorso, la preghiera occupa un posto insostituibile. Non è solo un momento di riflessione personale, ma lo spazio in cui il futuro sacerdote coltiva un rapporto di amicizia con Cristo. Quanto più profonda è tale amicizia, tanto più facile risulta riconoscere ciò che conduce al Vangelo e distinguerlo da ciò che ne allontana. Il discernimento non cerca risposte automatiche, ma uno sguardo interiore capace di scoprire la presenza di Dio anche nelle circostanze più ordinarie.

Sant’Ignazio di Loyola comprese questa verità sulla base della propria esperienza. Scoprì che non tutti i pensieri lasciano la stessa impronta nel cuore: alcuni producono una soddisfazione immediata che svanisce presto, mentre altri generano una pace profonda, una gioia duratura e un desiderio più intenso di amare e servire. Imparare a riconoscere tali movimenti interiori rimane uno degli insegnamenti più preziosi della spiritualità ignaziana e uno strumento fondamentale per la formazione di coloro che saranno pastori della Chiesa.

Ecco perché la Chiesa attribuisce tanta importanza alla formazione integrale dei seminaristi. Non basta un’eccellente preparazione accademica; è necessario anche educare il cuore affinché il sacerdote possa ascoltare in libertà la volontà di Dio e, in seguito, aiutare gli altri a scoprirla. Un pastore che ha imparato a discernere sarà in grado di accompagnare un giovane alla ricerca della propria vocazione, una coppia in difficoltà o una persona che desidera ritrovare la fede.

La missione della Fondazione CARF si inserisce proprio in questo contesto. Sostenendo la formazione umana, spirituale, intellettuale e pastorale di seminaristi, sacerdoti diocesani e religiosi di tutto il mondo, essa contribuisce a garantire che la Chiesa disponga di pastori ben preparati, capaci di annunciare il Vangelo con fedeltà e di accompagnare ogni persona nel discernimento della chiamata che Dio le rivolge.