Benedetto XVI riflette sulla fiducia in Dio attraverso il Salmo 23, illustrando come Cristo guidi e protegga i suoi fedeli. Ripercorriamo il discorso completo di quel giorno.
Nel 2011, durante l’udienza generale in Piazza San Pietro, a Roma, Papa Benedetto XVI dedicò l’incontro all’analisi del Salmo 23, il famosissimo Salmo del Buon Pastore.
Cari fratelli e sorelle:
Rivolgersi al Signore nella preghiera implica un atto radicale di fiducia, nella consapevolezza di affidarsi a Dio, che è buono, «compassionevole e misericordioso, lento all’ira e ricco di clemenza e fedeltà» (Ex 34, 6-7; Sale 86, 15; cfr. Jl 2, 13; Gn 4, 2; Sale 103, 8; 145, 8; Ne 9, 17). Per questo oggi desidero riflettere con voi su un Salmo pervaso da una fiducia totale, in cui il salmista esprime la sua serena certezza di essere guidato e protetto, al riparo da ogni pericolo, poiché il Signore è il suo pastore. Si tratta del Salmo 23 —secondo la datazione greco-latina, 22—, un testo noto a tutti e amato da tutti.
La fiducia in Dio che ispira il Salmo 23
»Il Signore è il mio pastore, non mi mancherà nulla»: così inizia questa bella preghiera, evocando l’ambiente nomade dei pastori e l’esperienza di conoscenza reciproca che si instaura tra il pastore e le pecore che compongono il suo piccolo gregge. L’immagine rimanda a un clima di fiducia, intimità e tenerezza: il pastore conosce una per una le sue pecore, le chiama per nome e queste lo seguono perché lo riconoscono e si fidano di lui (cfr. Jn 10, 2-4).
Egli si prende cura di loro, le custodisce come beni preziosi, pronto a difenderle, a garantire loro il benessere, a permettere loro di vivere in tranquillità. Nulla può mancare se il pastore è con loro. È a questa esperienza che fa riferimento il salmista, definendo Dio il proprio pastore e lasciandosi guidare da Lui verso pascoli sicuri:
«Mi fa riposare in verdi pascoli; mi conduce lungo acque tranquille e mi ristora le forze; mi guida per il sentiero giusto, per l’onore del suo nome» (vv. 2-3).
Il Signore è il mio pastore: una guida sicura nella vita
Il panorama che si apre davanti ai nostri occhi è quello di prati verdi e sorgenti di acqua limpida, oasi di pace verso le quali il pastore accompagna il gregge, simboli dei luoghi di vita verso i quali il Signore conduce il salmista, il quale si sente come le pecore distese sull’erba accanto a una sorgente, in un momento di riposo, non in tensione né in stato di allarme, ma fiduciose e tranquille, poiché il luogo è sicuro, l’acqua è fresca e il pastore veglia su di loro.
E non dimentichiamo che la scena evocata dal Salmo è ambientata in una terra in gran parte desertica, bruciata dal sole cocente, dove il pastore seminomade del Medio Oriente vive con il proprio gregge nelle steppe aride che si estendono intorno agli insediamenti. Ma il pastore sa dove trovare erba e acqua fresca, essenziali per la vita; sa condurre all’oasi dove l’anima «ritrova le forze» ed è possibile recuperare le energie e nuove forze per rimettersi in cammino.
Come dice il salmista, Dio lo guida verso «verdi pascoli» e «acque tranquille», dove tutto è sovrabbondante, tutto viene donato in abbondanza. Se il Signore è il pastore, anche nel deserto, luogo di assenza e di morte, non viene meno la certezza di una presenza radicale di vita, al punto da poter dire: «Non mi manca nulla».
Il pastore, infatti, ha a cuore il benessere del proprio gregge, adatta i propri ritmi e le proprie esigenze a quelli delle pecore, cammina e vive con loro, guidandole lungo sentieri «giusti», ovvero adatti a loro, prestando attenzione alle loro necessità e non alle proprie. La sua priorità è la sicurezza del suo gregge, ed è proprio questo l’obiettivo che persegue nel guidarlo.
Cari fratelli e sorelle, anche noi, come il salmista, se seguiamo il «Buon Pastore», anche se i sentieri della nostra vita si rivelino difficili, tortuosi o lunghi, spesso anche attraverso zone spiritualmente desertiche, prive d’acqua e sotto un sole ardente di razionalismo, sotto la guida del Buon Pastore, Cristo, dobbiamo essere certi di percorrere i sentieri «giusti», e che il Signore ci guida, è sempre vicino a noi e nulla ci mancherà.
La fiducia in Dio nelle difficoltà
Per questo il salmista può esprimere una serenità e una sicurezza prive di incertezze e timori:
«Anche se cammino in valli oscure, non temo nulla, perché Voi siete con me: il Vostro bastone e il Vostro vincastro mi rassicurano» (v. 4).
Chi cammina con il Signore, anche nelle valli oscure della sofferenza, dell’incertezza e di tutte le difficoltà umane, si sente al sicuro. Voi siete con me: questa è la nostra certezza, la certezza che ci sostiene. L’oscurità della notte incute timore, con le sue ombre mutevoli, la difficoltà di distinguere i pericoli, il suo silenzio pieno di rumori indecifrabili. Se il gregge si sposta dopo il tramonto, quando la visibilità diventa incerta, è normale che le pecore si agitino: c’è il rischio di inciampare, di allontanarsi o di perdersi, e c’è anche il timore che eventuali aggressori si nascondano nell’oscurità.
Per riferirsi alla «valle oscura», il salmista utilizza un’espressione ebraica che evoca le tenebre della morte; pertanto, la valle che occorre attraversare è un luogo di angoscia, di terribili minacce e di pericolo di morte. Tuttavia, chi prega avanza sicuro, senza paura, perché sa che il Signore è con lui. Quel «Tu mi accompagni» è una proclamazione di fiducia incrollabile e sintetizza un’esperienza di fede radicale; la vicinanza di Dio trasforma la realtà, la valle oscura perde ogni pericolosità, si svuota di ogni minaccia. Il gregge può ora camminare sereno, accompagnato dal suono familiare del bastone che batte sul terreno e indica la presenza rassicurante del pastore.
Questa immagine rassicurante conclude la prima parte del Salmo e introduce una scena diversa. Ci troviamo ancora nel deserto, dove il pastore vive con il suo gregge, ma ora veniamo trasportati sotto la sua tenda, che si apre per offrire ospitalità:
«Voi mi preparate una tavola davanti ai miei nemici; mi ungete il capo con il profumo, e il mio calice trabocca» (v. 5).
Ora si presenta al Signore come Colui che accoglie chi prega, con i segni di un’ospitalità generosa e ricca di attenzioni. L’ospite divino prepara il pasto sulla «tavola», termine che in ebraico indica, nel suo significato originario, la pelle dell’animale che veniva stesa a terra e sulla quale venivano disposti i cibi per il pasto in comune.
Si tratta di un gesto di condivisione non solo del cibo, ma anche della vita, in un’offerta di comunione e di amicizia che crea legami ed esprime solidarietà. Segue poi il generoso dono dell’olio profumato versato sul capo, che mitiga il caldo torrido del sole del deserto, rinfresca e lenisce la pelle, e rallegra lo spirito con la sua fragranza. Infine, il calice traboccante aggiunge una nota di festa, con il suo vino squisito, condiviso con generosità sovrabbondante. Cibo, olio, vino: sono i doni che donano vita e gioia perché vanno oltre ciò che è strettamente necessario ed esprimono la gratuità e l’abbondanza dell’amore.
Il Salmo Il n. 104, celebrando la bontà provvidenziale del Signore, proclama: «Fate germogliare l’erba per il bestiame e il foraggio per coloro che servono l’uomo. Egli ricava dai campi il pane e il vino che rallegra il cuore; l’olio che dona splendore al suo volto e il pane che gli dà forza» (vv. 14-15).
Il salmista diventa oggetto di numerose attenzioni; per questo viene visto come un viandante che trova rifugio in una tenda accogliente, mentre i suoi nemici devono fermarsi a osservare, senza poter intervenire, poiché colui che consideravano la loro preda si trova in un luogo sicuro, è diventato un ospite sacro, intoccabile. E il salmista siamo noi, se siamo veramente credenti in comunione con Cristo. Quando Dio apre la sua tenda per accoglierci, nulla può farci del male.
In seguito, quando il viandante riprende il cammino, la protezione divina continua ad accompagnarlo nel suo viaggio: «La tua bontà e la tua misericordia mi accompagnano tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per anni senza fine» (v. 6).
La bontà e la fedeltà di Dio sono la scorta che accompagna il salmista mentre esce dalla tenda e si rimette in cammino. Ma è un cammino che acquista un nuovo significato e si trasforma in pellegrinaggio verso il tempio del Signore, il luogo santo in cui l’orante desidera «dimorare» per sempre e al quale desidera «ritornare». Il verbo ebraico qui utilizzato ha il significato di «ritornare», ma, con una piccola modifica vocale, può essere inteso come «dimorare», e così lo riportano le antiche versioni e la maggior parte delle traduzioni moderne.
Si possono mantenere entrambi i significati: tornare al tempio e dimorarvi è il desiderio di ogni israelita, e dimorare vicino a Dio, nella sua vicinanza e bontà, è l’anelito e la nostalgia di ogni credente: poter dimorare realmente dove si trova Dio, vicino a Dio. Seguire il Pastore conduce alla Sua casa; essa è la meta di ogni cammino, l’oasi agognata nel deserto, la tenda di rifugio nella fuga dai nemici, il luogo di pace dove si sperimentano la bontà e l’amore fedele di Dio, giorno dopo giorno, nella serena gioia di un tempo senza fine.
Le immagini di questo Salmo, con la loro ricchezza e profondità, hanno accompagnato tutta la storia e l’esperienza religiosa del popolo d’Israele e accompagnano i cristiani. La figura del pastore, in particolare, evoca il tempo originario dell’Esodo, il lungo cammino nel deserto, come un gregge sotto la guida del Pastore divino (cfr. È 63, 11-14; Sale 77, 20-21; 78, 52-54). E nella Terra Promessa era il re ad avere il compito di pascere il gregge del Signore, come Davide, pastore scelto da Dio e figura del Messia (cfr. 2 Sam 5, 1-2; 7, 8; Sale 78, 70-72).
In seguito, dopo l’esilio babilonese, quasi come in un nuovo Esodo (cfr. È 40, 3-5.9-11; 43, 16-21), Israele viene ricondotto in patria come una pecora smarrita e ritrovata, ricondotta da Dio a verdi pascoli e luoghi di riposo (cfr. Ez 34, 11-16.23-31).
Gesù Cristo, pienezza della fiducia in Dio
Ma è nel Signore Gesù che tutta la forza evocativa del nostro Salmo raggiunge la sua pienezza, trova il suo pieno significato: Gesù è il «Buon Pastore» che va alla ricerca della pecora smarrita, che conosce le sue pecore e dà la vita per loro (cfr. Mt 18, 12-14; Lc 15, 4-7; Jn 10, 2-4.11-18), egli è la via, la via giusta che ci conduce alla vita (cfr. Jn 14, 6), la luce che illumina la valle oscura e vince tutte le nostre paure (cfr. Jn 1, 9; 8, 12; 9, 5; 12, 46).
Egli è l’ospite generoso che ci accoglie e ci mette al riparo dai nemici, imbandendo per noi la mensa del suo corpo e del suo sangue (cfr. Mt 26, 26-29; Mc 14, 22-25; Lc 22, 19-20) e la tavola definitiva del banchetto messianico in cielo (cfr. Lc 14, 15 e segg.; Ap 3, 20; 19, 9). Egli è il Pastore regale, re nella mitezza e nel perdono, intronizzato sul legno glorioso della croce (cfr. Jn 3, 13-15; 12, 32; 17, 4-5).
Cari fratelli e sorelle, il Salmo 23 ci invita a rinnovare la nostra fiducia in Dio, affidandoci totalmente alle Sue mani. Chiediamo quindi con fede che il Signore ci conceda, anche lungo i sentieri difficili del nostro tempo, di camminare sempre per le Sue vie come gregge docile e obbediente, che ci accolga nella Sua casa, alla Sua mensa, e ci conduca verso «acque tranquille», affinché, accogliendo il dono del suo Spirito, possiamo dissetarci alle sue sorgenti, fonti di quell’acqua viva «che sgorga per la vita eterna» (Jn 4, 14; cfr. 7, 37-39). Grazie.
Cordiali saluti
Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua spagnola, in particolare ai sacerdoti del Pontificio Collegio Messicano e alle Suore del Sacro Cuore di Gesù e dei Santi Angeli, nonché ai gruppi provenienti dalla Spagna, dal Messico, dal Cile, dall’Argentina, dalla Colombia, dal Paraguay e da altri paesi dell’America Latina. Vi invito, cari fratelli, a intensificare la vostra vita di preghiera, rivolgendoci con fiducia al Signore, che è buono e misericordioso, lento all’ira e ricco di pietà. Grazie mille.
Benedetto XVI. Udienza generale del 5 ottobre 2011. (Legga qui) Luogo: Piazza San Pietro, a Roma.